
Set Mezza Tabella Maledetta Shinsengumi, 01. Nodo
La parola giapponese samurai (侍) deriva da un verbo,
"saburau", che significa "servire" o "tenersi a
lato" ed indica un guerriero del Giappone feudale.
(definizione presa da Wikipedia)
A cosa serve la spada di un samurai?
Mi hanno sempre insegnato che serve per proteggere; gli indifesi, l’onore, gli
ideali, ma soprattutto il proprio signore.
D’accordo. È una di quelle cose che impari per osmosi dai libri, dal tuo
maestro, da quello che dice la gente che hai intorno; il problema è che arriva
sempre un giorno in cui ti rendi conto che l’elsa della spada è nella
tua
mano, e quindi, forse forse, dovresti essere
tu
a capire davvero come usarla e a quale scopo.
È lì che ho sempre incontrato qualche problema…
Gli indifesi? Mai stato un samaritano.
L’onore? Beh, difendere quello è come respirare, lo faccio senza quasi pensarci.
Gli ideali? E chi li ha mai avuti?
Il proprio signore?
Ecco, proprio mentre mi lambiccavo il cervello sull’ultimo punto, arrivarono gli
Amanto: scoppiò la guerra, iniziarono le persecuzioni per i samurai, le
ingiustizie nei confronti degli esseri umani; presi parte alla fantomatica
Guerra di
espulsione senza avere molto chiaro quel che
stavo facendo, credo: il Giappone era il mio paese, quei mostri volevano farne
il loro parco giochi e mi sembrava corretto battermi affinché questo non
avvenisse.
Fu così che mi ritrovai in un
dojo
che si teneva in piedi per miracolo, ad allenarmi con gente che non avevo mai
visto, tranne quel moccioso di Sougo e quello stordito di Kondo che, ridiamo
tutti, su!, gestiva quella specie di baracca. Li conoscevo da anni, quei due:
Isao era del mio stesso paese e Okita, da quando era stato in grado di correre,
gli si era messo alle calcagna, più appiccicoso di un fratellino viziato; una
coppia bizzarra: il primo era un disastro in qualsiasi cosa richiedesse un
minimo di raziocinio, il secondo mi fissava come un gallo da combattimento,
tanto che lo avrei preso a sculacciate, se non avessi rischiato di coprirmi di
ridicolo: sì perché si vedeva lontano un miglio che il piccoletto aveva più che
chiaro quel che voleva dalla vita.
Anche per Kondo era così: voleva creare una squadra per difendere lo Shogunato,
per proteggere i terresti dagli alieni invasori.
Mah. Un progetto abbastanza ambizioso, per un figlio di contadini che non
brillava per arguzia, e che era stato in grado di radunare, senza apparente
logica, una marmaglia di ronin
o aspiranti tali. Io ci perdevo la voce, per far entrare in quelle teste vuote
concetti come “dovere”, “onore” e “via del samurai”,
e andavo in bestia perché mi scoppiavano a ridere in faccia (e quel maledetto di
Sougo guidava i cori, ovviamente), ma, quando a parlare era Kondo, lo
ascoltavano; all’inizio pensavo accadesse per semplici motivi di comunicazione:
si esprimeva come loro, era naturale che lo capissero, mentre il linguaggio che
adoperavo io portava sempre, in sé, l’eco dei miei studi.
Poi gli Amanto bandirono le spade e il dojo venne raso al suolo, e Kondo vide
sparire tutto ciò che possedeva nel giro di una giornata. Persino le spade ci
vennero tolte.
Fu allora che compresi che non avevo neppure un signore da difendere, perché lo
Shogunato si era venduto agli alieni e il Bakufu
era divenuto una copertura per i traffici degli Amanto, invece dell’organo
supremo per la difesa dei terrestri.
E lì accadde il delirio: Kondo annunciò alla sua marmaglia che partiva alla
volta di Edo, per mettersi al servizio dello Shogun. Non riuscii nemmeno a
rispondere: aveva un qualche barlume di cervello, quello lì? Difendere chi ci
aveva venduti al nemico senza neanche combattere? E osava parlare di onore?!
E invece, senza dire niente, tutti raccolsero il loro fagotto ed iniziarono a
seguirlo, ridendo, come mocciosi in una scampagnata.
Me ne rimasi lì, a guardare quel branco di ronin senza arte né parte in marcia,
domandandomi che diamine stesse accadendo: nessuno, proprio nessuno, nemmeno
quella volpe di Sougo, capiva l’assurdità di un progetto del genere?
Poi Kondo si voltò verso di me – Se vuoi rimanere ad occuparti degli affari
della tua famiglia, Toshi, non è un problema, nessuno te ne fa una colpa.
Sorrideva.
E mi resi conto, in quel momento, che lui si ricordava il mio nome, così come
quello di ciascuno dei membri del suo dojo: sapeva chi aveva una fidanzata e
come si chiamava, ricordava il piatto preferito di ciascuno e l’imprecazione che
usava più spesso; ricordava il nome dei nostri genitori, chi li aveva, ma
soprattutto il nostro, e usava sempre quello per rivolgersi a noi.
Tutta roba inutile, in pratica.
Tra l’altro, potevamo anche essere dello stesso villaggio,
cresciuti insieme, allenati nello stesso dojo, ma con che faccia si permetteva
di chiamarmi con tanta confidenza?!
Eppure presi il mio fagotto e iniziai a seguirli, senza sapere
perché.
~*~
Arrivammo a Edo e, riesco a stento a capacitarmene, Kondo riuscì
nel suo piano: la marmaglia si ritrovò indosso spade e divise e divenne il
glorioso corpo della Shinsengumi, al servizio dello Shogunato.
Io passavo le notti a decidere regole e strategie militari, a lui
bastava alzarsi e dire “Andiamo!” e tutti lo seguivano; bisognava spiegargli le
cose mille volte, metterlo in guardia da chi poteva nuocere a lui e alla
Shinsengumi, e lui finiva per chiedere sempre scusa sorridendo, e allora anche
gli uomini ridevano, e lo guardavano come si fa con un padre.
Ed era assurdo, perché era solo un gorilla senza cervello, e
quella calma incredibile era dovuta dall’assenza di attività cerebrale, non da
un carattere forgiato dall’educazione!
Era… un idiota.
Eppure lo guardavano orgogliosi, perché avrebbero seguito il
Comandante in capo al mondo. Perché lui aveva un’idea spietatamente alta
dell’onore e del dovere, perché era indulgente con chi sbagliava, perché
accettava gli errori e le scuse, perché concedeva sempre una seconda
possibilità, perché era sicuro di non essere il migliore. Perché era così buono
da essere idiota.
E perché lui
credeva.
Credeva che gli esseri umani, in fondo, sono buoni, credeva nel
suo dovere di rispettare e servire lo Shogunato, credeva nella via del samurai.
Lui
credeva.
Io no. E nulla, di ciò che fino a quel momento era stato
importante ai miei occhi, poteva essere barattato con quella fede incrollabile,
limpida. Che ispirava e meritava rispetto, perché era per uomini così che il
mondo andava avanti, e non per i cinici pessimisti come me.
E fu allora che, per la prima volta nella mia vita, mi venne un
pensiero bizzarro: forse poteva essere quell’uomo il signore che avevo sempre
immaginato, quello in nome del quale combattere, per cui vivere e morire, al cui
fianco rimanere per tutta la vita.
Perché non era come lo Shogun, arroccato nella ricchezza e
sicurezza del suo palazzo, che ci aveva venduti tutti per non perdere nulla di
quanto aveva: Kondo aveva perso tutto per noi, ne aveva riso, e ci aveva dato
una nuova casa, una nuova dignità di uomini e di samurai.
Ci aveva ridato la speranza e le spade, sorridendo, senza
chiedere niente in cambio, se non di rimanere con lui per perseguire insieme il
suo sogno.
Fu in quel momento che, dentro di me, giurai fedeltà al
Comandante: perché lui non aveva raziocinio e io ne avevo anche troppo, perché
lui era troppo fiducioso e io dubitavo persino della mia ombra, perché lui era
magnanimo e io un giustiziere senza cuore. Perché aveva deciso di volermi al suo
fianco per amicizia, e non per colmare le sue lacune.
Perché lui
credeva, nel
mondo, negli uomini, e io no.
E questo era stupido, ma anche infinitamente grande.
E venne da sorridere anche a me, a guardare quel tonto che
sghignazzava per qualcosa, intorno al tavolo comune della nostra sala riunioni,
circondato dai nostri uomini come da ragazzini scapestrati che guardano al padre
come al più grande degli eroi.
Sorrisi, mi accesi una sigaretta e pensai
E sia, dunque,
vecchio scemo, ti lascio fare: fidati degli altri e del mondo, e io ti starò
vicino per pararti i colpi e recuperare i danni provocati dalla tua idiozia.
Ma tu continua a
credere e a sperare per me che non so farlo.
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Note: è stata una
piccola impresa, lo ammetto; su Gintama non si trova un accidenti, in rete, se
non yaoi, e la mia personalissima religione mi fa considerare gli shounen una
cosa casta e pura che, se non in chiave crack, non deve essere toccata da
stravolgimenti di carattere sentimentale XD E poi, scrivere dei
personaggi di uno shounen è un dramma, perché si tratta di
maschi e non, come negli shojo,
di personaggi maschili visti dal punto di vista di una donna.
Comunque, dicevo: io amo questo anime
(anche il manga, eh, ma trovo più comico il primo XD) e, sopra ogni altra cosa,
amo quelli che definisco "quei quattro deficienti della Shinsengumi", in
particolare Kondo e Hijikata; è dall'episodio quattordici (se volete dargli
un'occhiata, servitevi pure
qui) che voglio scrivere qualcosa su di loro dal
punto di vista dell'isterico del mio cuore, ovvero Toshiro Hijikata XD E alla
fine, eccola qui.
Grazie a
Juu che si è messa una mano sulla
coscienza e l'ha betata, commentando:
Ashelia B'nargin Dalmasca
scrive:
Ashelia B'nargin Dalmasca
scrive:
e molto alla gintama XD
Ashelia B'nargin Dalmasca
scrive:
sei così pieghevole *^*
Ashelia B'nargin Dalmasca
scrive:
chair!daddy *^*
Dedicata a
Chu per il nostro primo "anniversario
di matrimonio", sperando che le piaccia, perché Kondo è un idiota ma non si può
non amare, e Hijikata è un isterico, ma non si può non volergli bene... Sono
quasi come noi due, eh, Tesso'? XD Va beh, scherzi a parte... Tanti auguri di
buon anniversario, coniglio: tra alti e bassi, ma alla fine ci siamo giungiute e
sono tanto tanto contenta di questo.
Ti
voglio un bene coniglio, Tessoro!
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