
A volte, quando guardava Usa-chan sdraiato sulle
sue gambe, gli sembrava di rivederla.
Le mani sottili, bianche, rugose, senza anelli, se non una fede, resa un po’
opaca dal tempo, all’anulare sinistro; sulla punta dell’indice teneva infilato
un ditale dorato, decorato a piccoli fiori.
Rivedeva il mucchietto di stoffa rosa, posata sui colori scuri del kimono che
avvolgeva le gambe, prendere una forma via via sempre più definita, muovendosi
al tocco delle mani quando il filo cuciva.
Ricordava i pomeriggi di quiete sonnacchiosa, accucciato davanti alla sua sedia
a dondolo, il mento sulle mani, lo sguardo ipnotizzato dal movimento lento delle
dita.
– Mitsukuni.
Honey si voltò verso Takashi, che gli posò gentilmente una mano sui capelli.
Guardò il coniglietto sulle sue gambe e notò alcune piccole macchie scure sul
pancino imbottito di lana: il cugino si era accorto delle sue lacrime prima
ancora di lui; asciugandosi gli occhi con una manica, alzò un musetto sorridente
su Mori
–
Grazie Takashi.
– Mhm
–
rispose il ragazzo, scompigliandogli affettuosamente i capelli, per poi tornare
al suo libro.
Honey raccolse il coniglietto di stoffa e se lo strinse contro una guancia.
Era triste che non avesse più l’odore della nonna.
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