
BDT Takashi&Honey, 092. Natale
– Oggi ho avuto l’idea
geniale che aspettavo! – esultò Tamaki.
Il resto dell’Host Club, in
riunione prima dell’arrivo delle clienti, alzò lo sguardo verso il Re,
ignorato fino a quel momento: Tamaki aveva negli occhi quella luce folle da
bambino (o malato di mente) che si accendeva sempre quando progettava qualcosa
di nuovo. O forse erano le pietre preziose che tempestavano la sua corona quel
giorno a produrre quella preoccupante luminosità.
L’inverno era iniziato da un
pezzo, e ci si avvicinava alla metà di dicembre; la settimana precedente
Tamaki aveva insistito per una mascherata primaverile, trasformando l’aula di
musica in un vero e proprio giardino: aveva fatto portare un vero manto erboso
per pavimentare la sala, piante e fiori dalle serre della scuola e della città
e persino degli uccellini dalle voliere dell’istituto. Le ragazze erano
rimaste estasiate e neppure Kyoya aveva trovato nulla da ridire sui costi di
quella trovata (forse per via dei prezzi a cui aveva venduto le foto fatte in
esclusiva in quell’eden invernale per quel giorno?).
– Quest’anno l’Host Club
festeggerà il Natale in stile occidentale! – annunciò Tamaki accompagnato
dallo svolazzare del suo mantello bordato di ermellino.
– Lord, che idea assurda è
questa? – chiese Hikaru del tutto disinteressato – L’anno scorso (e anche
l’altra settimana) hai detto che è poco interessante seguire le stagioni nella
progettazione delle feste e delle ambientazioni.
– E poi, a che serve
organizzarla? – continuò Kaoru – Se qualche ragazza della scuola vuole
festeggiare il Natale all’occidentale, è sufficiente che trascorra le vacanze
invernali in una delle case in Europa, no?
– E poi, il Natale è noioso –
aggiunse Hikaru – Tutte quelle decorazioni assurde, i canti, i programmi
stupidi in televisione…
– … Sembra di stare in un
telefilm americano! – concluse Kaoru.
– Voi non capite! – li
rimproverò Tamaki – Il Natale è un momento di felicità, di festa, di amore!
Tutto questo fa presa sulla gente, soprattutto sulle ragazze, che possono
alimentare il sogno di un bacio sotto il vischio e di un ballo romantico alle
luci di un albero di Natale! – concluse con gli occhi luccicanti.
– Lord, detto così, sembra
che questo sia il sogno che
tu alimenti per
te stesso – commentò
Kaoru mentre Hikaru sbadigliava senza ritegno; Tamaki non si arrese, anzi!,
rosso dall’imbarazzo iniziò ad urlare la sua arringa, interrotto e
contraddetto di continuo dai gemelli, mentre Kyoya si appuntava il preventivo
per il nuovo delirio del Lord in un angolo della sua agenda per stabilire se
valesse la pena di appoggiarlo, Harui, annoiata dall’inutilità di quel
dibattito, si era scelta un posto tranquillo per studiare, Honey mangiava la
sua torta ad uno dei tavolini e Mori fissava il vuoto in silenzio.
Solo che, una volta tanto,
stava meditando sulle parole di Tamaki; non che gl’importasse qualcosa del suo
ennesimo progetto, semplicemente gli aveva ricordato un vecchio Natale di
qualche anno prima.
~ * ~
A casa Morinozuka nessuno
aveva mai festeggiato il Natale. Non glien’era mai importato più di tanto,
neppure le volte in cui gli era capitato di trascorrere le vacanze invernali
in Europa: forse perché l’avvertiva come una festa che non aveva nulla a che
fare con la sua educazione, forse perché, in generale, non amava
particolarmente alcuna ricorrenza.
A Mitsukuni, invece, piaceva
molto, e la cosa non lo sorprendeva: era una festa, il che per lui significava
dolci, addobbi e regali. Ma neppure a casa Haninozuka si era mai vista una
minima traccia del Natale, e quindi il problema di vedere l’erede di una
famiglia dedita alle arti marziali dedicarsi ai dolci e ai suoi peluche in
onore di una festa straniera non si era mai posto.
Soprattutto quando, due anni
prima, Mitsukuni aveva inaugurato il suo periodo di austerità, impacchettando
con le sue stesse mani tutti i peluche e le cose graziose dalle quali si era
circondato negli anni e gettandole via; aveva tenuto solo Usa-chan, il
coniglietto di stoffa cucitogli dalla nonna defunta, ma anche lui era stato
relegato in un angolo della sua stanza, apparentemente dimenticato.
~ * ~
Era capitato un giorno, per
caso. Normalmente, non toglieva gli occhi di dosso a Mitsukuni neppure per un
attimo, ma, in quel periodo, le loro lezioni di kendo e arti marziali si erano
svolte negli stessi orari, e quindi si incrociavano solo a fine pomeriggio,
all’uscita dall’Ouran, quando ormai, data la stagione, era già buio.
Quel giorno la lezione di
kendo si era conclusa prima, e, quando si era affacciato alla porta del dojo
dove Mitsukuni teneva lezione, non lo trovò. Un ragazzino (mal dissimulando il
terrore di rivolgere la parola ad un tale gigante dallo sguardo inespressivo),
gli spiegò che il loro
senpai
era uscito poco prima.
Mori rimase
molto
sorpreso di quella fuga inaspettata: Mitsukuni era capace di aspettarlo fino
ad addormentarsi, e invece adesso era andato via così, senza dirgli nulla.
Si avviò rimuginando al
cortile dove si disponevano le auto che, ogni giorno, venivano inviate a
riprendere gli studenti, e trovò quella di casa Haninozuka vuota, come al
solito: Mitsukuni non c’era, e l’autista spiegò a Mori che era qualche giorno
che il signorino si faceva attendere all’uscita. Takashi lasciò la cartella in
macchina e si avviò verso l’uscita dell’Ouran, preoccupato; fuori
dall’istituto si dispiegavano le lussuose vie dei negozi, e, sotto Natale e in
pieno pomeriggio, sarebbe stato davvero impossibile scorgere quella figuretta
nella folla.
Invece, inaspettatamente, lo
vide subito.
Mitsukuni era in piedi
davanti ad una vetrina affollata di bambini, alcuni tenuti per mano dalle
madri: era quasi difficile distinguerlo dagli altri per via dell’altezza, ma
Mori non ebbe il minimo dubbio; era la vetrina di un grande negozio di
giocattoli, decorata a festa, come poteva notare dalla cornice di agrifoglio
verde che la incorniciava dall’interno e dalle piccole luci colorate che si
accendevano e spegnevano ad intermittenza tra le foglie di velluto verde alle
quali erano intrecciate. Neppure la posa era diversa da quella dei bambini:
teneva le mani posate sul vetro ed osservava silenziosamente qualcosa che lui
non riusciva a vedere da lì. Poi, sobbalzando leggermente, Mitsukuni parve
ridestarsi dalla sua contemplazione e si staccò dalla vetrina, scivolando
lentamente fuori dalla piccola folla, diretto verso l’entrata dell’Ouran.
Mori rimase un istante
soprappensiero, in dubbio se seguirlo o meno. Decise allora di muoversi, e si
diresse con passo sicuro verso il negozio: si accostò alla vetrina,
sovrastando i bambini con la sua altezza, e ne studiò la mercanzia esposta;
nulla di sorprendente: peluche, puzzle, macchine telecomandate, videogames… I
soliti giocattoli che riempivano le vetrine dei negozi, inframmezzati, visto
il periodo natalizio, da palline colorate, rametti di pino di plastica e babbi
natali in miniatura.
Per una volta, e non senza un
vago fastidio al pensiero, Takashi non seppe stabilire cosa ci fosse di tanto
interessante per Mitsukuni nei giocattoli disposti con attenzione sul drappo
rosso e oro che faceva loro da tappeto, se non il semplice eco delle vecchie
abitudini ormai abbandonate. Un bambino, tirato leggermente per la mano dalla
mamma, lo costrinse a spostarsi contro la vetrina per lasciarlo passare,
esattamente nel punto in cui si era soffermato prima Mitsukuni: si voltò per
allontanarsi quando si accorse, di colpo, cos’è che lui aveva di certo
osservato fino a pochi minuti prima.
~ * ~
Mitsukuni si recava lì ogni
giorno, di nascosto persino da Takashi, e poi tornava a scuola, dove la
macchina che veniva a prendere lui e Mori ogni giorno lo aspettava.
Era davvero uno spettacolo
buffo e patetico quello offerto dal suo nuovo atteggiamento: con aria da duro
(che sarebbe stata considerata ridicola da chiunque non ne avesse conosciuto
le motivazioni), smaccatamente fuori luogo su quel faccino dai lineamenti
delicati ed infantili, Mitsukuni si impegnava a cancellare ogni traccia delle
precedenti abitudini. A pranzo si costringeva stoicamente a consumare quel che
c’era nel suo piatto, lanciando però occhiate lacrimevoli alle torte e ai
dolcetti che facevano bella mostra di sé sulla porcellana luccicante dei
piatti delle ragazze. Si era persino imposto di parlare usando termini più
rudi, che però in bocca a lui producevano effetti davvero comici.
Takashi osservava con la
solita aria impassibile i suoi sforzi, poco convinto della scelta di Mitsukuni
ma ben deciso a supportare lo stoicismo con cui la portava avanti. E di
nascosto lo seguiva quando, dopo la scuola, sgattaiolava verso la vetrina del
negozio di giocattoli: lo guardava sostare lì per qualche minuto e poi fare
dietro front verso l’Ouran, il capo leggermente più basso di quanto avrebbe
dovuto.
E poi arrivò la vigilia di
Natale.
~ * ~
Mitsukuni sedeva sul letto
della sua stanza stranamente spoglia e monocroma; l’unica nota di colore
vivace sarebbe stata Usagi-chan, ma aveva imparato a nasconderlo in un’anta
dell’armadio per impedirsi a cedere alla tentazione di portarlo a dormire con
sé.
Il suo autoimposto periodo di
austerity sembrava dare i suoi frutti, ma non riusciva ad abituarsi a quella
nuova vita che gli sembrava squallidamente spoglia e desolante; non era tanto
la mancanza dei colori vivaci del vecchio arredamento della sua stanza oppure
quella dei dolci o dei peluche… Era la consapevolezza che quel cammino che
aveva appena intrapreso non era una parentesi poco piacevole della sua
adolescenza, ma solo l’inizio di quella che sarebbe stata, da quel
momento in poi, la sua vita.
Il pensiero era…
desolante.
Fece ondeggiare leggermente
le gambe giù dal materasso, guardando le nuove pantofole di stoffa marrone e
sospirando al pensiero di quelle blu con le morbide orecchie di coniglietto
che si era imposto ad impacchettare insieme a tutte le altre cose carine che
avevano costellato la sua camera.
Sentì, terribilmente lontano,
il suono di una campana: erano le undici e mezza di sera, e lui non avrebbe
dovuto essere ancora sveglio, poiché il giorno successivo, nonostante fosse
domenica, lo attendevano gli allenamenti mattutini. Pensò che quella campana
chiamava i fedeli alla messa di mezzanotte e sospirò.
Quando era bambino aveva
spesso viaggiato in Europa con sua madre e la famiglia di Takashi, e, proprio
in virtù della loro giovane età, era stato loro permesso di festeggiare il
Natale. A Takashi non interessava, ma a lui piaceva moltissimo: adorava le
decorazioni di agrifoglio intrecciate ai nastri rossi, le candele bianche,
rosse e dorate, l’albero di Natale altissimo e pieno di luci e palline
colorate, i pacchi pieni di fiocchi e coccarde disposti con studiato disordine
sotto le fronde verde cupo, il camino acceso in un angolo della stanza, così
grande che illuminava il salone anche quando le luci erano spente, il tavolo
pieno di dolci sconosciuti e deliziosi…
Ricordava che gli piaceva
andare nel salone la sera, quando tutti erano a letto e le luci erano spente;
il fuoco nel camino bruciava ancora, irradiando luce e calore nella stanza
buia. L’albero gli sembrava enorme quando si sedeva ai suoi piedi, guardando
incantato le piccole luci accendersi e spegnersi come lucciole colorate,
illuminando le palline e riverberando sui festoni dorati.
Takashi lo scovava subito, ma
non diceva mai niente: entrava nella stanza senza fare rumore e si sedeva
accanto a lui in silenzio, guardando l’albero.
– E’ bello, eh? – sussurrava
Mitsukuni guardandosi intorno, le deboli luci del camino e dell’albero che
illuminavano appena la stanza come le lucine che mettevano nei presepi enormi
delle chiese.
– Mhm – rispondeva Takashi
senza allontanare lo sguardo dalle luci dell’albero. Mitsukuni poggiava la
testa sul suo braccio e lo imitava in silenzio.
Poi erano cresciuti e suo
padre non aveva più guardato di buon occhio l’idea di festeggiare il Natale,
ritenendola una mollezza che mal si addiceva al futuro erede di una scuola di
arti marziali. Tutti gli anni era poco piacevole sentire i compagni di classe,
e soprattutto le ragazze, parlare della festa di Natale che si sarebbe svolta
in casa loro, sapendo che quel giorno sarebbe invece stato identico a tutti
gli altri in casa Haninozuka, forse appena più movimentato per via dei
preparativi per l’imminente Capodanno.
Mitsukuni scosse con
decisione la testa: quei pensieri così sciocchi erano deprimenti e non
servivano a niente. Per un attimo pensò, per rafforzare quella convinzione, di
alzarsi un’ora prima il giorno dopo per gli allenamenti, in modo che suo padre
lo trovasse già lì al suo arrivo nel dojo.
Ma quel pensiero ebbe solo il
potere di deprimerlo di più, non per la sua inattuabilità, quanto per il senso
di sconforto che dava l’idea di piegarsi ad una severità così…
vuota.
Un paio di colpi alla porta
lo distolsero da quella lunga sequela di pensieri sconfortanti e, quando la
porta si aprì, rimase sorpreso nello scoprire chi fosse il suo ospite.
– Takashi? Che ci fai qui a
quest’ora?
– Ti ho portato una cosa.
Ben cinque parole tutte
insieme: Mitsukuni lo guardò chiudere la porta e tendere il braccio verso di
lui, una colossale busta dondolava appesa alla sua mano.
– Cos’è? – chiese sorpreso.
– Apri.
Mitsukuni si sedette per
terra e Mori si inginocchiò davanti a lui; dalla busta uscì un grosso pacco
quadrato dalla carta rossa con piccole renne e pupazzi di neve ed una grande
coccarda con rametti di pino e vischio in cima: era da un pezzo che non vedeva
una cosa così carina.
Strappò la carta ed estrasse dalla scatola di cartone un carillon.
Era molto grande, di base
circolare, e sopra la superficie tonda e piana della base era costruito un
salotto come quello della casa delle bambole: l’unica parete era decorata con
ghirlande di agrifoglio intrecciate a nastri rossi sopra un grande camino
acceso. In un angolo c’era un colossale albero di Natale pieno di palline,
festoni e luci che, come quelle del camino, si illuminarono fiocamente quando
Takashi accese il carillon. Sotto l’albero, tra i tanti regali multicolori,
dormiva un gattino.
– Takashi…
– Mhm?
– Grazie…
Dalla leggera incrinatura
della voce e dal capo basso, Mori capì che stava per mettersi a piangere; per
non vanificare i suoi sforzi di nasconderlo si alzò e spense la luce. L’angolo
composto dal letto e dal comodino era fiocamente illuminato dalle luci del
carillon che, ricevuta la carica, iniziò a suonare una melodia sconosciuta.
Mori si sedette sul tappeto
accanto a Mitsukuni e rimase a fissare le piccole luci che brillavano
sull’albero di Natale.
– Takashi?
– Mhm?
– E’ bello, eh?
– Mhm.
Mitsukuni posò il capo sul
suo braccio, asciugando un po’ gli occhi. Fuori dalla finestra si udì,
lontano, il suono di una campana che annunciava la nascita di Cristo. Ma
Takashi riusciva a pensare solo alle luci dell’albero e alla guancia di
Mitsukuni posata contro il braccio.
Alla fine… forse il Natale
gli piaceva un po’.
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Recensioni su Midnight Sun
Recensioni su Fanfic100_ita
Note: è stata colpa
del carillon.
Ecco, la postfazione potrebbe essere sufficiente, no? ... Ok, no.
Mettiamola così: era una serata di merda. Ero arrabbiata, depressa, stanca,
morta di freddo e vagamente disgustata da una cena orribile (avete mai provato
la cucina cinese completamente
senza sale? Ecco, non fatelo mai) e vagavo
con alcune amiche per delle stradine del centro storico di Lucca, era novembre e quasi
mezzanotte. In questo quadro tetro e deprimente (condito da un'abbondante dose
di nervosisimo), sono finita davanti ad una vetrina illuminata, nella quale,
posati sopra una pavimentazione bianca (oppure color crema, non ricordo),
c'erano molti carillon. Sicuramente suonavano, visto che erano tutti azionati e
si muovevano, ma non si sentiva alcun suono; uno era formato da una pista da sci
con omini che si scivolavano giù dal declivio, un'altro era una comunissima
giostra e poi, tra gli altri, c'era il carillon che troverete in questa storia.
Era un pò diverso da come lo vedete (non c'era un gatto, ma una famigliola con
bambini sparsa per la stanza), ma la sensazione che mi evoca è la stessa: in
quel momento, quella sera, sparì tutto, il nervosismo, il sonno, il freddo,
persino il buio.
Ve l'avevo detto che era tutta colpa del carillon ^^;
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