
Corte
dei Miracoli, 09.""Dei pranzi del mondo siamo noi gli avanzi." (esen-claim)
Il Calendario dell'Avvento (fuori gara), 13 dicembre: "At Christmastime it's hard, but when you're having fun/There's a world outside your window"
Non
era un discorso di invidia o mancanza di umanità, era che tutte quelle luci
natalizie, tutti quei pupazzi colorati, quelle musichine fastidiose, quelle
mammine impellicciate con i loro bambini pasciuti e viziati che si spintonavano
davanti alle vetrine per indicare il decimo, quindicesimo
regalo che esigevano
trovare sotto l’albero di Natale, erano… irritanti.
Kuroro Lucifer osservava con occhi distaccati quella ricca ed elegante
marmaglia, seguendo con gli occhi le grandi buste, i cumuli di pacchi e
pacchetti messi insieme durante le incessanti maratone di shopping quotidiano
che producevano la quasi totalità dei rifiuti che venivano poi scaricati nel
Ryūseigai; oggetti spesso quasi nuovi, che si sporcavano e rovinavano durante il
trasporto nei grandi aerei della nettezza, oppure quando venivano rovesciati su
quella terra maledetta. Nel guardare quei festeggiamenti opulenti e
scintillanti, ripensò ai Natali della sua infanzia in quell’immensa discarica a
cielo aperto che era il Ryūseigai, a quando lui, Paku, Nobu, Franklin, Machi e
Ubo, sporchi e laceri, correvano a frugare tra la spazzatura appena arrivata per
scoprirvi un vecchio albero sintetico spennacchiato e spezzato, bambole senza
braccia o gambe, macchinine ammaccate e con una o più ruote di meno; si ferivano
le mani, le gambe, ma lottavano per quei rottami scartati come ogni giorno
facevano per il cibo, perché erano bambini ed un giocattolo, anche rovinato, per
loro non era meno indispensabile del mangiare. Festeggiavano il loro Natale in
uno degli spiazzi dove si ritrovavano abitualmente, tremando per il freddo,
intorno al rottame di un abete finto che Ubo aveva legato per farlo stare in
piedi, e si coccolavano i giocattoli che gli aerei della nettezza avevano
lasciato cadere a terra come avidi ed ingrati Babbi Natale. Non lo sapevano che
esisteva un mondo in cui i bambini andavano a scuola e ce n’erano altri che
avevano a loro disposizione un albero grande quanto le capanne di lamiera in cui
si rifugiavano per la notte, e una distesa di regali tale da ricoprire per
intero il più grande degli spiazzi in cui giocavano; non lo sapevano e quindi
non c’era invidia nel loro Natale, perché era un capriccio indispensabile che si
concedevano tutti gli anni e che placava un po’ quella fame strana che provavano
nel non avere nessuno se non quegli altri ragazzini sempre sporchi e stracciati
al loro fianco.
In un certo senso, pensava Kuroro, il loro Natale era stato più felice di quello
di tanti mocciosi viziati di York Shin City.
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