
Il Calendario dell'Avvento (fuori gara), 12 dicembre: Un insolito Natale
Leorio accolse lo scoppio di risa dei bambini con un sorriso: con
l’aiuto degli altri tirocinanti del suo corso, aveva addobbato tutte le stanze
dell’ala pediatrica dell’ospedale, ignorando con sfacciataggine le espressioni
perplesse dei medici e degli infermieri alla vista di campanelle, palline
colorate, festoni rosso ed oro e alberelli di Natale sparsi in ogni dove; aveva
fatto allestire un grande abete nella sala gioco dei piccoli pazienti e,
rompendo l’anima a tutti i volontari e alle associazioni della zona, era
riuscito a fare in modo che ci fosse un dono per ciascun bambino, quella sera.
Si era sentito un po’ in colpa perché, per allestire il Natale dei piccoli
degenti, si era ritrovato con il minimo sindacale per comprare i regali ai suoi
amici: aveva decurtato le spese al punto da ritrovarsi con solo un alberello
sintetico per sé, in casa, ma era felice come non gli capitava da anni.
Per quella sera era stato fornito un permesso speciale ai genitori e fratelli
degli ammalati e così il reparto risuonava di un caos festivo, che faceva
dimenticare per un po’ che lì c’erano bambini che lottavano con la morte ogni
giorno: per quella sera erano come tutti gli altri, ognuno col suo cappellino
rosso in testa, e aspettavano con ansia che scoccasse la mezzanotte; Leorio si
era defilato e aveva indossato il costume da Babbo Natale: aveva telefonato a
Gon e Killua e gli rimaneva la chiamata più difficile, ad un numero a cui
rispose solo la segreteria telefonica. Ormai era abituato a parlare a quella
voce metallica come ad una conoscente e riattaccò proprio mentre un suo collega
annunciava che era tutto pronto e Babbo Natale poteva entrare in scena: si
sistemò la barba, caricò il sacco dei doni sulla spalla e, con uno scenografico
Oh, oh, oh!, entrò in corsia, accolto come un eroe
dalle grida esultanti dei bambini. Molti di loro appartenevano a classi
disagiate, come confermavano le condizioni un po’ dimesse dei pigiami, e alcuni,
probabilmente, non avevano mai avuto una vera festa natalizia in tutta la loro
vita; erano quelli con gli occhi più grandi, che tiravano le maniche stinte dei
genitori con sguardi estatici, chiedendo se davvero quel signore con il vestito
rosso avrebbe portato un regalo anche a loro. C’erano quelli così deboli da non
potersi alzare dalle sedie a rotelle o dai lettini con una luce nuova sul viso,
come se il dolore potesse farsi da parte davanti al loro stupore infantile. E
c’erano gli occhi lucidi di quei genitori non meno increduli dei loro figli
davanti a quella festa inaspettata, che guardavano ai medici, agli infermieri e
ai tirocinanti come a tanti angeli che non solo stavano aiutando a guarire i
loro figli, ma che si occupavano anche di dar loro quelle piccole gioie preziose
che servivano a tutti loro non meno delle medicine.
E, dietro la barba bianca che pizzicava, anche gli occhi di Leorio si
inumidirono, perché di colpo gli sembrava di aver fatto un passo non verso il
suo futuro, ma indietro, verso tutti i suoi amici
d’infanzia che erano morti per delle malattie sciocche, e in quel momento gli
sembrava fossero lì, insieme agli altri bambini, a festeggiare quella magia che
ferma il tempo ed il dolore col solo potere di un vestito rosso, qualche regalo
da poco, e qualche decorazione appesa qua e là.
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