
(spinoff di Diario di un segreto di Haruka - BDT Seishiro/Subaru, 086. Scelte)
La notizia gli giunse mentre
guardava le braccia del ciliegio che si
trovava nel cortile su cui affacciavano le sue stanze: erano in fiore quando
Seishiro era partito, e ricordava, come se l’avesse ancora davanti, che,
mentre l’uomo camminava verso l’uscita del tempio di Nishiogen, dove i suoi
uomini si stavano radunando, un petalo era volteggiato sulla sua spalla e vi
si era posato; Sakurazuka si era fermato un istante e l’aveva tolto con un
colpetto delle dita e poi aveva ripreso a camminare, voltando appena il capo
per rivolgergli un sorriso.
Guardava le foglie nuove, di
un verde tenero e fresco, spuntare su quelle braccia scure, e si chiese che
aspetto avrebbero avuto al ritorno del suo amante.
La voce del suo servitore lo
distolse da quelle riflessioni malinconiche: lo
shoji si aprì e l’uomo, con un profondo inchino, gli porse una
lettera; Subaru ebbe un tuffo al cuore nel vedervi apposto il sigillo della
Shinsengumi, ma un orrido presentimento gli mozzò il fiato quando ebbe srotolato
la pergamena e, prima ancora di leggerne il contenuto, notò che la grafia non
apparteneva a Seishiro, ma a Yuto Kigai.
~ * ~
Giustiziato.
Continuava a sentire quella
parola rimbalzare come un’eco intollerabile nella sua mente. C’erano state volte
nelle quali aveva pensato che sarebbe potuto giungere un momento simile e si era
sempre detto che sarebbe certamente impazzito dal dolore.
E invece nulla, non sentiva
niente; era come intontito, come se avesse la febbre alta o la testa sott’acqua:
tutto gli giungeva ovattato, come a rallentatore, come se non stesse accadendo a
lui. Si sentì tirare timidamente una manica e si volse, guardando il suo
servitore senza quasi riconoscerlo: aveva un’espressione spaventata e gli
porgeva un involto, parlandogli lentamente, come ad un bimbo o ad un pazzo,
spiegando che, insieme alla missiva, era giunto anche quello. Subaru tese la
mano, riconoscendo il cordone che usava per legare i capelli stretto attorno ad
un largo fazzoletto scuro.
Lo svolse con mani tremanti e
gli cadde in grembo il
wakizashi di Seishiro: in quel momento, quella parola orribile che
continuava ad aleggiare nelle sue orecchie, come se avesse udito Kigai stesso
pronunciarla, divenne un rombo, e lui sembrò finalmente capirne il significato.
Giustiziato.
Seishiro era morto.
Prese delicatamente il
wakizashi e non provò neppure ad illudersi, a dirsi che c’era un errore: ecco lì
il ramo di ciliegio che percorreva il fodero, ecco lo stemma della Shinsengumi e
della famiglia Sakurazuka sull’elsa, ecco lì, caduto proprio davanti alle sue
ginocchia, il cordone rosso ed oro che il suo compagno prendeva con sé quando
partiva per un qualunque viaggio; Subaru lo sapeva e, la
notte prima di ogni partenza, lo usava per
legare i capelli. Gli sembrava di avere ancora davanti agli occhi il giorno
della partenza del suo amante: era ancora a letto, la stanza era immersa nella
penombra e il mondo, le battaglie, le separazioni sembravano irreali come sogni;
come ogni volta, Seishiro gli si era seduto accanto, con solo lo
yukata da notte addosso e, delicatamente, gli aveva sciolto i
capelli, avvolgendosi il cordone attorno al polso. Ricordava di aver sorriso e
di essersi sollevato su un gomito per baciarlo.
E ora Seishiro non c’era più.
Gli sembrava troppo
incredibile che, ora, non ci fosse più il suo corpo da toccare, che non avrebbe
più ascoltato la sua voce, che non sarebbe più stato sfiorato dalle sue mani,
che no, non ci sarebbe stato più tempo per parlare, per stare insieme, per fare
l’amore, per bisticciare, per ridere di qualche sciocchezza la sera al buio,
distesi nello stesso letto.
Il loro tempo era scaduto, per
sempre: niente più “domani”, “al mio ritorno”, “più tardi”, “la prossima volta”;
era finito.
E Seishiro non c’era più, da
nessuna parte del mondo.
Qualcosa premeva, nella sua
gola, premeva per esplodere, ma, anche aprendo la bocca, non gli sfuggì che un
esile singulto.
Allontanò il servitore
terrorizzato con un gesto della mano e si guardò attorno disperato, sentendo
estraneo ogni singolo oggetto di quella stanze dove abitava da ormai tre anni,
dove ogni notte accoglieva Seishiro, dove tante volte era rimasto ad attenderne
il ritorno. Provò ad alzarsi, ma le ginocchia lo sorressero a stento, e ricadde
sui
tatami; provò di nuovo ed entrò nella stanza da letto di Seishiro: l’aveva
fatto tante volte durante le sue precedenti assenze, nel corso degli anni, e gli
parve assurdo che, quella volta, lui non avrebbe più fatto ritorno. Mai più.
~ * ~
Ne avevamo parlato una
volta, ricordi?
Mi dicesti che, se tu fossi
morto, sarei dovuto tornare presso la mia famiglia: fu allora che ti confessai
che mi avevano ripudiato per la mia scelta di vivere con te, come tuo
wakashi. Che paura, se ci ripenso: avevo diciannove anni, ero senza
una casa, senza una famiglia e senza un soldo, pronto a finire in una
kagema non appena ti fosse passato il capriccio di avermi. E invece
tutto è filato liscio per sei anni, nei quali l’unica cosa che mi è mancata è
stata la tua presenza, quando partivi per una battaglia.
Dei, quanto mi sembra
stupido adesso aver perso tanto tempo in quel modo! Ma gli occhi ti brillavano
in una tale maniera, quando parlavi delle tue idee contrarie alla politica
esterofila imperiale, che ancora non riesco a rimproverarti le tue scelte.
So che ti arrabbieresti per
ciò che sto per fare, ma il pensiero che tu non possa più fermarmi acuisce
semplicemente il desiderio di smettere di stare così male.
Chissà perché Kigai-san mi
ha inviato il tuo wakizashi… Di certo, non perché pensava che me ne sarei
servito per togliermi la vita: in questi sei
anni sono riuscito ad attirarmi il disprezzo suo e di Monou-san semplicemente
esistendo, e lo so anche se tu non me l’hai mai detto; temevi che potesse
ferirmi? Non mi sarebbe importato così come non mi sono curato degli insulti
gettatimi addosso dalla mia famiglia.
Perché avevo fatto una
scelta: essere tuo e stare con te finché gli dei me l’avessero concesso,
qualunque fosse stato il prezzo da pagare.
Ho scelto di amarti e
perdere tutto, così come ora scelgo di perdere me stesso, l’unica cosa che mi è
rimasta, per seguirti.
Perché, in fondo, ho già
smesso di vivere nel momento in cui tu hai chiuso gli occhi.
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Note:
repetita iuvant: il © della storia è di
Haru-chan, io mi sono
semplicemente dedicata a descrivere un momento che lei, per motivi di trama,
aveva messo da parte.
I ringraziamenti vanno a lei per il "prestito" del mondo eroico che ha creato
soprattutto per il suo adorato Fuma (brava, brava, continua a viziarlo! XD)
oltre che per il beting accurato: perdono per il finale che, come giustamente ha
definito lei stessa, è di una "smielatezza imbarazzante", ma lo vedevo così bene
in bocca al Subaru di "Diario di un segreto" che ho preferito tenerlo... rendo
qui manifesto che tu ti dissoci da tanta melassa, il tuo orgoglio è salvo! XD
Per vostra disgrazia, ho il permesso di folleggiare ancora in questi lidi presi
in prestito dalla mia diletta collega, perciò sono in cantiere altre fanfictions
ispirate a questa bella e curatissima fanfiction che, se fossi in voi, non mi
lascerei scappare per nessun motivo!
Phantasma ©
Michiru, dal 7 gennaio 2007.
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