
(spinoff di Diario di un segreto di Haruka - BDT Seishiro/Subaru, 007. Giorni)
E così il momento è
arrivato, si disse Seishiro Sakurazuka,
alzando lo sguardo verso la stretta finestra, sbarrata da inferriate, della
sua prigione.
Era tranquillo, ammantato
dalla placida serenità di chi sa di aver compiuto il suo dovere e di aver
fatto tutto ciò che era in suo potere.
Ripensò alla sua vita, a
quando, da bambini, lui e Yuto giocavano insieme dalla mattina alla sera,
terrore dei ragazzini a loro antipatici e disperazione delle madri, che se li
vedevano tornare ogni giorno a casa con qualche nuovo graffio. Ricordava
ancora la sensazione della terra morbida e polverosa sotto i piedi scalzi,
dell’erba bagnata di rugiada del mattino; le piccola prede che lui e Yuto
catturavano al bordo dei campi dove i loro genitori lavoravano assieme agli
altri contadini, ridendo e scuotendo il capo davanti a quei ragazzini così
scapestrati.
Rivedeva, come se ce l’avesse
ancora davanti, quella sera, quando erano scappati di nascosto dal letto per
andare a caccia di lucciole sul fiume, e poi, alla fine, non avevano osato
sfiorarne neppure una: quegli insetti lucenti sembravano esseri fatati,
magici, e loro erano rimasti a guardarli, seduti spalla contro spalla sulla
rena, con lo sciabordio dell’acqua in sottofondo. Era un bel ricordo, si
disse: quella sera aveva confessato a Yuto il desiderio di entrare nella
Tennen Rishin Ryu per diventare, da grande, un samurai, come quegli eroi ai
quali loro due guardavano con la reverenza che si ha per gli dei.
Bei sogni di bambino,
pensò con un sorriso affettuoso; c’era più della gloria, sotto l’armatura di
un samurai: c’erano il dolore, l’onore, la fermezza, la nobiltà d’animo, ma
anche la bassezza e la codardia dimostrate dalle milizie imperiali; Yuto
gliel’aveva detto, quel giorno, neppure un mese prima, quando gli aveva
comunicato di volersi recare nel quartier generale del nemico affinché i
samurai della
Shinsengumi venissero risparmiati.
Povero vecchio amico mio,
pensò con amarezza; aveva tentato di proteggerlo, lo aveva supplicato con le
lacrime agli occhi, ma non aveva capito che lui era perfettamente consapevole,
qualora non avesse trovato l’onore che sperava presso i loro avversari, che
sarebbe stato ucciso.
E lo desiderava.
Il suo mondo era fatto di
lealtà e dignità: se davvero, come diceva Yuto, quel tempo stava volgendo al
termine, per lui non c’era più posto ed era il tempo di morire.
Guardò il buio cupo della
notte che intravedeva da quello stretto ritaglio nel muro e pregò gli dei di
vegliare su colore che lasciava.
Pensò a Fuma, confinato ormai
da tempo in un letto, a cui non restavano che pochi giorni di vita; magari,
mentre lui era lì a contare le ore che lo separavano dal patibolo, era già
morto, soffocato dal sangue di quel male straniero. Provò un vago sollievo al
pensiero che, forse, quel ragazzino dagli occhi viola gli era accanto, e che
Monou era riuscito a riconciliarsi con il suo cuore prima della fine; si sentì
felice nel ricordare il suo viso, emaciato dalla malattia, ma con la stessa
feroce ironia negli occhi febbricitanti, e rimpianse di aver creato quel muro
tra loro otto anni prima.
Quasi trasportato da quel
ricordo, l’occhio gli cadde sul polso sinistro, scoperto dalla manica, e sentì
la mancanza del cordone rosso ed oro che vi annodava ogni volta che lasciava
il tempio di Nishiogen; ricordava ancora il momento in cui lo aveva sciolto
dai capelli di Subaru, che erano subito ricaduti a coprirgli il collo nudo.
Il suo unico rimpianto.
Aveva parlato con il suo
compagno, tempo addietro, della possibilità che lui morisse; aveva provveduto
a garantirgli una rendita con la quale potesse vivere, ma Subaru gli aveva
risposto con un sorriso tranquillo.
Io non ho intenzione di
sopravviverti, Seishiro.
Si era infuriato, l’aveva
minacciato, lusingato, ma non c’era stato verso di allontanarlo da quell’idea.
Non voleva che Subaru morisse. La sola idea di saperlo, un giorno, tra le
braccia di un altro, lo faceva impazzire, certo: ma immaginarlo morto, riverso
nel suo stesso sangue, per colpa sua, era altrettanto insopportabile.
Sperò non facesse sciocchezze
e sospirò. Posò il capo contro una parete e chiuse gli occhi, sforzandosi di
rievocare l’immagine del suo amante: le dita sottili, il collo liscio e
bianco, gli occhi verdi, screziati come gemme, i ciuffi lunghi sulla fronte,
le labbra pallide, morbide. Il ricordo era così vivido che gli parve di
poterlo sfiorare e, di colpo, trovò insopportabile l’idea di non rivederlo
più, di non poterlo più stringere tra le braccia, di non svegliarsi al mattino
con lui accanto, di non trovarlo più ad attenderlo al suo ritorno al tempio di
Nishiogen.
Si portò una mano al volto,
sentendosi soffocare dall’angoscia, ma il rumore del chiavistello lo scosse e
si alzò in piedi alla vista del carceriere.
L’uomo entrò, fissandolo con
imbarazzo – Sakurazuka-san… È ora.
Diede uno sguardo alla
finestrella e vide che il cielo era colorato dalle tinte leggere dell’alba.
Pensò a Subaru e Fuma, di certo ancora a letto, ignari della sua sorte, e a
Yuto, a cui aveva chiesto di riportare il suo
wakizashi, avvolto nel cordone
rosso ed oro, nella speranza che venisse consegnato al suo amante.
Era il momento: tutto il
valore della sua vita si sarebbe mostrato durante la sua morte.
– Eccomi – disse, avanzando a
testa alta verso la porta.
– A-avete bisogno di… di
qualcosa? – balbettò l’uomo, sorpreso da tanta calma. Seishiro si soffermò ad
osservarlo per un istante: era di certo di origini umili, figlio di contadini
come erano stati lui e Yuto, e si sorprese a pensare a quanto sarebbe potuta
essere diversa la sua vita se non fosse mai entrato nella Tennen Rishin Ryu,
se Sakurazuka-sensei, maestro di quella scuola prestigiosa, non l’avesse
adottato.
Gli sorrise con indulgenza –
Vorrei radermi.
Il samurai lo fissò sorpreso,
ma annuì, inchinandosi leggermente, e chiese dell’acqua calda, del sapone ed
un rasoio.
Se Fuma l’avesse saputo,
pensò, avrebbe riso come un matto, Yuto avrebbe scosso la testa sconsolato,
alzando gli occhi al cielo, e Subaru… Subaru avrebbe sorriso, inarcando appena
un sopracciglio in quell’espressione adorabilmente sorniona che aveva a volte.
Sorrise anche lui, per un
istante.
– Sono pronto.
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Note:
repetita iuvant:
il © della storia è di
Haru-chan, io mi
sono semplicemente dedicata a descrivere un momento che lei, per motivi di
trama, aveva messo da parte.
I ringraziamenti vanno a lei per il "prestito" del mondo eroico che ha creato
soprattutto per il suo adorato Fuma (brava, brava, continua a viziarlo! XD)
oltre che per il beting accurato: perdono per il finale che, come giustamente ha
definito lei stessa, è di una "smielatezza imbarazzante", ma lo vedevo così
bene in bocca al Subaru di "Diario di un segreto" che ho preferito tenerlo...
rendo qui manifesto che tu ti dissoci da tanta melassa, il tuo orgoglio è salvo!
XD
Per vostra disgrazia, ho il permesso di folleggiare ancora in questi lidi presi
in prestito dalla mia diletta collega, perciò sono in cantiere altre fanfictions
ispirate a questa bella e curatissima fanfiction che, se fossi in voi, non mi
lascerei scappare per nessun motivo!
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