Un nastro bianco
Quel giorno era arrivato, infine.
Karen sedeva sull’engawa
che affacciava sul suo giardino di primavera, accomodata su morbidi cuscini
disposti per lei; era stato il dono di nozze di Yuto, quel parco, e lui stesso
aveva curato la disposizione di ogni singola pianta o albero in base al gusto
della sua allora futura sposa. Le sfuggì un sospiro: ricordava con quanto amore
osservava ogni singola foglia o petalo nei primi tempi in cui aveva vissuto in
quelle stanze.
Erano appena sbocciati i sakura quando aveva saputo della gravidanza della Dama
di Edo, proprio nel periodo di massimo splendore del suo giardino e della
primavera.
Le era sembrato quasi più crudele, così.
Il candore dei ciliegi si era spento ai suoi occhi ed aveva osservato con
sollievo il vento che ne spogliava i rami, strappando una manciata di candidi
petali ad ogni raffica gentile.
Ed ora i sakura erano di nuovo in fiore e lei attendeva l’arrivo del suo ospite.
Yuto le aveva quasi estorto quella promessa, con i suoi occhi da ragazzino che
chiedeva perdono per la più grave delle sue marachelle, ma non aveva saputo
opporsi: non per lui, ma per l’altro.
– Mia signora? –
una delle sue dame era apparsa sulla soglia della sua stanza –
È
arrivato…
– Fatelo entrare –
rispose con un tono brusco che avrebbe voluto evitare. Sorrise conciliante alla
fanciulla stupita – Voi tutte potete andare,
desidero restare sola con lui per un po’.
L’esile figurina che l’aveva ascoltata s’inchinò frettolosamente e fuggì via.
Karen sospirò: non avrebbe voluto essere così brusca, ma… era una giornata
delicata per lei, ed era tesa all’inverosimile; fece per rientrare nella sua
stanza ma poi si mosse di nuovo con esitazione verso l’engawa: forse lì sarebbe
stato tutto meno formale. Sedette di nuovo sui cuscini, disponendone
accuratamente uno davanti a sé, sistemando con dita nervose il suo abito, per
poi ridere di sé stessa: come se il suo ospite potesse notare o preoccuparsi del
modo in cui ricadeva il suo kimono!
Il fruscio dello
shoji le gelò il sorriso e
l’anziana Kisaragi, la donna che l’aveva accudita sin dalla nascita e l’aveva
seguita nella residenza imperiale come prima tra le sue dame, comparve sulla
soglia con un bambolotto al fianco – Mia
signora?
Karen si riscosse e sorrise – Grazie, Kisaragi-san.
Lasciaci, ora –
l’anziana donna la guardò con un leggero moto di preoccupazione che la infuriò:
la credeva capace di nuocere ad un bimbo?
Lo shoji si richiuse e la donna tese una mano al bambino –
Vieni pure, piccolo.
La sconvolgeva la poca o
nulla somiglianza con Yuto: quel fagottino di vesti blu avanzava con esitazione,
i grandi occhi dall’insolito colore violaceo che s’inumidivano di lacrime.
Assomigliava a sua madre, la Dama di Edo, così come Karen aveva temuto; ma
guardarlo le riempiva il cuore di tenerezza e gli occhi di lacrime
–
Vieni, piccolo –
ripeté, facendogli cenno di sedere davanti a lei. Poi sorrise, con una
sensazione di gran calore al petto: aveva la stessa espressione da cucciolo di
Yuto.
~ * ~
–
Ti chiami Kamui, non è vero? –
il bimbo fece “sì” con la testolina, scuotendo i folti capelli neri ed ignorando
i dolcetti posti davanti a lui –
E hai… cinque anni, giusto?
Sapeva perfettamente quanti anni avesse quel bambino, ma desiderava ascoltarne
la voce: invece, fu di nuovo un cenno del capo a risponderle; Karen sorrise
incoraggiante –
Ti piacciono i fiori, Kamui-chan?
–
il bimbo annuì. La donna si fece portare degli
zori da una dama, scese dall’engawa con il piccolo e lo portò con sé
per il giardino, indicandogli le piante e i fiori, e i loro nomi.
Kamui, che fino a quel momento aveva annuito educatamente, le tirò ad un tratto
un lembo del kimono: la guardò un attimo da sotto in su e disse –
Mia mamma dice che voi siete la mia nuova mamma… ma come si fa ad avere due
mamme?
Karen si finse tranquilla, reprimendo un tremito davanti all’innocenza di quella
domanda, e picchiettò un dito sulle labbra –
Può capitare, Kamui-chan… non è brutto, sai? Vuol dire che ci sono due persone
che ti vogliono bene, invece di una… Non è bello?
–
Ma la mamma non mi vuole bene, perché dice che ora lei andrà in convento e non
potrà vedermi più –
il bambino tirò su col naso –
Se non mi vuole più bene lei che è sempre stata con me, come fate voi che non mi
avete mai visto?
Karen sentì una stretta al cuore e maledisse la crudeltà sua e di tutti gli
adulti come lei, che mettevano al mondo delle povere creature per il capriccio
d’una notte: prese in braccio il bambino, cullandolo come aveva fatto da piccola
con le sue bambole –
Lei ti vuole bene –
disse, asciugando gli occhi del bambino con la manica del suo kimono –
Solo che… pensa che ad un bambino serva un padre.
–
E mio padre non può stare con lei? –
singhiozzò Kamui.
Karen si sentì un demone, ma rispose, anche se non poté impedire alla sua voce
di tremare –
No… però qui sì –
aggiunse, accarezzandogli il visetto –
Qui puoi vedere tuo padre tutte le volte che vuoi, ed io… –
si morse un labbro, cercando di ricacciare indietro le lacrime, commossa da quel
sentimento che avevano tentato d’imporle per mesi e che invece era spuntato da
solo, in quel momento, davanti a quel faccino lucido di lacrime –
Io non sono la tua mamma… però non ho bambini e, se vuoi, possiamo fare finta
che tu lo sia… s-se vuoi…
Kamui la osservò un po’: non assomigliava affatto alla sua mamma e aveva un
odore diverso, però lo teneva in braccio allo stesso modo; si asciugò gli occhi
con le mani: quando la mamma lo aveva salutato piangeva come questa signora e
aveva sentito le dame dire che era perché gli voleva bene… allora forse gli
voleva bene anche questa mamma qui…
–
Io non so come si fa a fare vostro figlio… –
disse, cercando di spiegarsi.
–
Nemmeno io so come si fa la mamma –
rispose Karen, asciugandosi gli occhi –
Però, magari, possiamo imparare insieme…
Kamui pensò che voleva
la sua mamma, perché lei sapeva sempre come si facevano le cose; però questa
signora era gentile e a lui era stato detto di fare il bravo con lei e poi, se
imparavano insieme, magari non avrebbe combinato pasticci e nessuno lo avrebbe
rimproverato. Fece cenno di sì con la testa e si sorprese perché quella signora
lo baciò in modo simile a quello della sua mamma.
~ * ~
Yuto
entrò negli appartamenti di Karen che era già notte fonda: l’ansia lo aveva
perseguitato per tutta la giornata, ma non aveva potuto abbandonare i suoi
impegni e quindi aveva perso il primo incontro tra la sua sposa ed il suo
bambino. Conosceva Kamui ed era certo che si era comportato in modo educato,
così come sapeva che Karen era una donna dolcissima che avrebbe potuto detestare
lui per tutta l’eternità, ma che non avrebbe mai levato la mano su un bimbo
innocente. Ma lo spaventava il pensiero di come quella convivenza avesse avuto
inizio.
Sgusciò in silenzio tra i paraventi, cercando il
futon di sua moglie nella
penombra della stanza e, alla fine, con sua grande sorpresa, lo trovò accanto a
quello di suo figlio: Karen dormiva su un fianco, i capelli sparsi sul cuscino
in riccioli disordinati, e teneva un braccio fuori dalle lenzuola, proteso sulla
figura appallottolata tra le coperte del bambino, come l’ala di una chioccia sul
suo pulcino.
Si fece più vicino e notò che Kamui teneva, stretto nel pugno, il nastro bianco
con cui Karen legava sempre i capelli la notte.
Era una cosetta sciocca,
che ancora non significava nulla, ma gli parve così bella che rimase a lungo ad
osservare quella scena senza potervi staccare gli occhi neppure per un istante.