Journey ~ Capitolo II
063. Estate
Seishiro si trascinò stancamente lungo il ballatoio della piccola residenza immersa tra gli aceri, situata fuori dalla Capitale; aveva preso l’abitudine, negli ultimi anni, di recarvisi con suo fratello quando volevano allontanarsi lui dagli impegni, Subaru dal timore di venire scoperti; non ci metteva piede da mesi, ormai, da quando, vi avevano soggiornato l’autunno precedente, facendo ritorno a Heian in tempo per il Capodanno. Poi Fu-chan si era ammalato e l’ansia lo aveva portato a farsi convincere dai monaci a costruire una statua per il Buddha, spargere incensi, osservare decine di regole e accorgimenti e quant’altro per allontanare la collera celeste; come se non bastasse, aveva deciso di osservare un anno di celibato, che si era tradotto in un anno di quasi totale lontananza da suo fratello.
Gli era stato difficile convincere Subaru a tornare nella casa degli aceri, ma alla fine aveva vinto la sua riluttanza, anche se era riuscito a liberarsi dei suoi impegni a corte soltanto quando ormai la primavera stava per cedere il passo all’estate. Se la stagione calda era soffocante nella Capitale, il refrigerio che offrivano loro gli alberi ed il fiume poco distante erano comunque ben scarsi: serviva a poco tenere le imposte chiuse per gran parte delle ore più assolate, pensò Seishiro, aprendo quelle della stanza del fratello.
Subaru leggeva nella penombra, stoico come solo lui sapeva essere (o forse era colpa del suo corpo, capace di sentire freddo persino in primavera), e si volse solo quando lo sentì entrare nella stanza, insieme ad una feroce lama di luce.
– Non è troppo buio per leggere? Vuoi che apra di più le imposte? – chiese il maggiore. Era diventato stranamente difficile parlare, molto di più da quando il suo anno di celibato si era concluso che prima.
– Preferisco sforzarmi un po’ che soffrire il caldo – rispose il ragazzo. Persino dall’altro capo della stanza Seishiro poteva notare il suo imbarazzo.
– Posso farti portare qualcosa da bere, se hai caldo; al momento è troppo caldo per uscire, ma appena calerà un po’ il sole potremmo metterci in giardino.
– D’accordo, grazie.
C’era un peso fastidioso, opprimente ed irritante quanto la calura, in quella stanza ed in ognuna delle loro conversazioni: forse era stato sciocco da parte sua, pensò Seishiro, dare per scontato che la loro relazione sarebbe ripresa tranquillamente una volta terminato l’anno che li aveva separati, ma Subaru sembrava avere delle idee molto diverse, che sinceramente lo preoccupavano. Da quando il termine del voto che aveva stretto con gli Dei e con se stesso si era sciolto, gli era sembrato naturale cercare le consuete attenzioni nel ragazzo, ma… beh, non era andata affatto come si era aspettato. All’inizio aveva immaginato che fosse legato alla residenza: con Fuma nella loro stessa ala della casa il numero di domestici era aumentato, e così la riservatezza di cui avevano goduto fino a quel momento si era assottigliata. Ma era bastato il viaggio verso la casa degli aceri per fargli capire come le cose fossero molto più difficili di quanto aveva pensato.
Con un sospiro si sedette in un angolo della stanza ombreggiata, in cerca di refrigerio, e si soffermò ad osservare i dipinti sulle pareti: in quella strana oscurità, tagliata e rischiarata dalla luce intensa che premeva, insieme al caldo, fuori dalle pareti, sembrava che i disegni acquistassero un loro fascino particolare e sembrassero persino capaci di muoversi. Osservava con tale interesse le fronde di un acero, scosse dallo stesso vento che piegava le canne ai suoi piedi, che gli parve per un istante di udire una brezza nella stanza.
Si volse verso Subaru, ma lo trovò ancora immerso nella sua lettura, in un modo che avrebbe definito quasi ostinato: lo stava deliberatamente ignorando.
~*~
Appena sentì gli shoji chiudersi dietro alle spalle del fratello, Subaru attese di sentire i suoi passi allontanarsi e poi gettò via il libro che aveva in mano.
Era stato un pazzo a credere che Seishiro avrebbe capito i motivi del suo comportamento senza bisogno di spiegazioni; conoscendolo, del resto, non avrebbe probabilmente dato retta neppure a quelle, sospirò.
Avevano intuito tutti e due che non vedersi più, come amanti almeno, avrebbe giovato alla salute di Fuma e così era stato: per un intero anno il ragazzino non si era più ammalato, né aveva detto di sentire voci o presenze non umane attorno a sé; tutto era tornato normale, dunque, gli Dei avevano concesso una seconda possibilità all’erede dei Sakurazuka di vivere: con che coraggio potevano ancora sfidare la sorte? Finché le colpe ricadevano solo su di loro, che avevano scelto di amarsi nonostante i tabù, poteva accettarlo: ma non avrebbe permesso ad un bambino di pagare le conseguenze delle loro azioni. Possibile che Seishiro, che ne era il padre, non lo capisse?
Sospirò. Suo fratello non aveva mai dato troppo peso alle superstizioni e aveva sempre risposto con un’alzata di spalle a chi affermava che ogni avvenimento sgradevole dell’esistenza era l’effetto di un peccato commesso in una vita precedente o in quella attuale; aveva sempre trovato affascinante, lui che aveva vissuto per anni tra monaci ed esorcisti, un così bizzarro modo di vedere le cose, ma ora arrivava a considerarlo pericoloso.
Eppure… eppure era difficile e terribilmente sgradevole, perché doveva combattere contro Seishiro, che sapeva comportarsi come un bambino capriccioso, all’occorrenza, e contro se stesso; dava al caldo la colpa delle notti insonni, degli incubi, della costante irritazione, della mente stranamente ovattata, ma sapeva che il motivo era molto più prosaico, e ne provava disgusto: con che coraggio si lagnava della condotta di suo fratello, per poi comportarsi nella stessa maniera?
Aveva preteso di dormire in stanze separate, si manteneva scostante durante il giorno, ma, appena la solitudine lo avvolgeva insieme a quel caldo-umido insopportabile, si rendeva conto che avrebbe avuto bisogno di una barriera ben più salda della carta di un libro per proteggersi da se stesso.
Guardò la violenta lama di luce che si infiltrava nella stanza attraverso le imposte accostate e si decise ad uscire, per schiarirsi un po’ le idee e trovare scampo dal caldo e dai suoi pensieri: il chiarore lo abbagliò, quando mise il naso sull’engawa, e le fronde verdi ed immobili degli aceri, anche loro stranamente chinate sotto il sole impietoso, non suggerivano un rifugio particolarmente rinfrescante, ma si disse di tentare: nel folto degli alberi, vicino al fiume, poteva sperare in un po’ di refrigerio. O che, per lo meno, lo scroscio violento dell’acqua coprisse i rumori nella sua testa.
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