Journey ~ Capitolo III

051. Acqua

Seishiro osservò con aria sempre più irritata il sole che calava: Subaru gli aveva giurato molto tempo prima di non fare più sciocchezze (detto in parole povere, di non accostarsi mai più a quel fiume), ma cominciava a preoccuparsi.

Un domestico aveva imbandito la cena, ma del suo commensale non c’era traccia; stava giusto per alzarsi e andare a cercarlo, quando vide gli shoji della stanza aprirsi sulla figura fasciata di bianco del fratello.

– Perdona il ritardo.

Aveva una voce insolitamente bassa, come se non avesse fiato, ma Seishiro era troppo irritato per interessarsene – Se la mia presenza ti è tanto indigesta, sarebbe meglio ripartire domani stesso: ci sono degli affari che mi attendono a corte.

Era diventato l’unico passatempo degli ultimi tempi punzecchiare Subaru con le sue frecciatine: forse era il caldo, ma scattava subito, dando vita a battibecchi irritanti ma che avevano il pregio, per lo meno, di interrompere la lunga sequela di silenzi che si era sostituita alle loro conversazioni.

Stavolta, stranamente, suo fratello non rispose: l’uomo ne studiò il volto, alla luce esile delle candele, e lo vide insolitamente pallido e stanco – Ti senti male?

– Solo la mente un po’ annebbiata, dev’essere colpa del caldo – tagliò corto Subaru, accomodandosi davanti al suo vassoio; la mano che si sollevò per prendere le bacchette, però, tremava in maniera insolita.

– Il caldo non riduce in quello stato – commentò, più brusco di quanto avrebbe voluto.

Incurante delle sue parole, il ragazzo accanto a lui posò la tazza di acqua, vuota, con mano fin troppo esitante – Sto già abbastanza male per sopportare anche le tue critiche – rispose, portandosi una mano alla testa, come se fosse diventata di colpo un macigno. Si accorse vagamente del fratello che si alzava e si inginocchiava accanto a lui, nella poca e tremolante luce della stanza: avrebbe voluto dirgli di allontanarsi, anche perché si sentiva soffocare, ma non ci riuscì.

– Vieni.

Si alzò a fatica, appoggiandosi al braccio con cui Seishiro lo sosteneva, e si lasciò guidare nel corridoio, dedicandosi parole tutt’altro che gentili per l’idea che lo aveva portato a credere che vagare tra gli alberi per gran parte del pomeriggio fosse un buon modo per sentirsi meglio.

Pessima idea, invece, annotò mentalmente.

Riconobbe vagamente la stanza in cui si trovavano dal pavimento di pietra liscia su cui poggiava i passi malfermi – Perché mi hai portato qui?

Seishiro lo spinse gentilmente verso la vasca di legno piena di acqua – Perché hai bisogno di un bagno per abbassare la temperatura, o sverrai da un momento all’altro – davanti all’espressione sbigottita del fratello, lasciò la presa sul braccio – Io aspetto fuori, stai tranquillo.

Ancora intontito, Subaru si spogliò ed entrò nella vasca: il contatto con l’acqua appena tiepida lo fece rabbrividire, neanche si fosse trattato di neve sciolta; si disse di evitare i capricci e si immerse lentamente. Ci volle un po’, ma la strana sensazione di annebbiamento e vertigine sembrava disperdersi via via nell’acqua fresca; posò il capo sul bordo della vasca e si concentrò sulla luce delle lanterne attorno a lui. Ricordava bene quella stanza: malgrado si trattasse di un luogo impuro, gli era sempre piaciuta, con i suoi solidi pavimenti di pietra liscia e le pareti di legno scuro, le lampade di carta illuminata disseminate in ogni dove. L’ultima volta che vi aveva messo piede, più di un anno prima, ormai, era con Seishiro e avevano fatto il bagno insieme e… beh, non solo quello. Allontanò con fastidio quel pensiero e si alzò di scatto dalla vasca, non sopportando più tanta immobilità.Il lieve senso di vertigine si riaffacciò alla sua mente mentre cercava di uscire, tanto che, dopo essersi avvolto in un largo telo, dovette sedersi.

– Va tutto bene?

Eccola lì, l’unica persona che non riusciva a togliersi dalla mente e la cui presenza iniziava a diventare una vera e propria persecuzione – Sto bene, vai a mangiare, io arriverò tra un po’.

– Stai meglio?

– Certo! – sperava che averlo detto con tanta sicurezza convincesse il suo corpo, oltre a suo fratello, ma fallì con entrambi, e si rannicchiò più comodamente sul sedile di pietra, in attesa che il mondo smettesse di tremare insieme alla luce delle candele. Nel tentativo di spostarne una per sistemarsi meglio, la lanterna di carta crollò in terra e dovette sbrigarsi a rovesciarvi sopra dell’acqua prima che prendesse fuoco: afferrò uno dei catini di legno che servivano per lavarsi e non si avvide che, nel sollevarlo, il bacile più piccolo e la pietra liscia al suo interno caddero sul pavimento, sollevando un leggero fracasso.

– Subaru?

Vide la sagoma del fratello avvicinarsi alla porta e, con un misto di spavento e nervosismo, esclamò – Non è successo nulla, ti ho detto di andare – la porta si aprì, incurante della sua volontà – Rassicurami, Seishiro: riesci ad ascoltare almeno le richieste dell’Imperatore, oppure non ti curi neppure di lui? – sibilò, in un moto di stizza.

L’uomo, davanti alla figura infagottata del fratello e al piccolo tafferuglio che giaceva ai suoi piedi, abbozzò un sorriso – Dipende dalla richiesta.

Silenzio.

– Esci, per favore.

Con un fruscio leggero, la porta si richiuse – Perché mai?

– Non è normale, se i servitori ci vedono.

– Siamo uomini – commentò Seishiro, stringendosi nelle spalle – E non è la prima volta che facciamo il bagno insieme.

– Beh, stavolta non stiamo facendo il bagno insieme – il senso di vertigine andava e veniva, come un fastidioso mal di testa, e non aveva voglia di mettersi a litigare, anche perché non era nella sua natura – Dammi solo il tempo di rivestirmi ed esco.

Seishiro osservò come la tela bagnata si drappeggiasse strettamente attorno al corpo del ragazzo e si accorse di non riuscire ad allontanare lo sguardo; Subaru mosse un passo indietro – Esci, per favore.

– Perché?

– Perché sì.

– Non è una risposta.

– Non ho intenzione di mettermi a cavillare con te, adesso – sbottò il ragazzo.

– Neppure io – rispose Seishiro, incrociando le braccia – Perciò eliminiamo il problema alla radice: perché mi stai evitando? E non negarlo, Subaru, sei il peggior bugiardo che io abbia mai conosciuto.

– Perché questo anno potrebbe essere una seconda possibilità che gli Dei ci concedono – incredibile quanto gli suonasse assurdo pronunciare ad alta voce pensieri su cui si era lambiccato per mesi.

L’uomo sollevò un sopracciglio – Prego?

– Non voglio che succeda qualcosa di male a Fuma-kun, o a nessun altro.

– Non succederà nulla.

– Come puoi saperlo?

– Lo so.

– Beh, io non ho la tua sicurezza.

– Non l’hai mai avuta, Subaru – sorrise conciliante Seishiro – È proprio un problema di carattere.

– Il mio carattere ti è sempre andato bene, finora – lo rimbeccò il ragazzo.

– Non solo quello – sussurrò l’uomo, avvicinandosi tanto da riuscire a sfiorargli i capelli con le labbra, ma senza toccarlo.

Subaru provò a muovere un passo indietro, ma non vi riuscì e diede colpa alle vertigini – Per favore…

– È quel che ti sto chiedendo anch’io – sussurrò l’altro, avvicinandosi di più, il calore del suo corpo che sfiorava come una carezza il telo umido che il ragazzo si stringeva addosso come un’armatura – Per favore…

– Se-Seishiro?

– Sì?

Alla luce ondeggiante delle candele i suoi occhi ambrati avevano un colore strano, liquido, da gatto; aveva evitato accuratamente per mesi di essergli così vicino e adesso, di colpo, si rendeva conto che l’odore della pelle di quell’uomo gli era mancato quanto i suoi baci. Gli sfuggì un sorriso, amaro come la constatazione di non saper dominare in nessun caso i suoi desideri, e la mano di Seishiro si sollevò ad accarezzargli il viso. La sfiorò delicatamente con la sua, sentendosi avvampare, di colpo.

Avrebbe voluto dire qualcosa, ma si ritrovò stretto nell’abbraccio caldo, bruciante del fratello e, nel frusciare del telo che gli veniva gentilmente sfilato di dosso, riuscì solo a pensare quanto tutto quello gli fosse terribilmente mancato.

 

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