Journey ~ Capitolo IV
052. Fuoco
Fluffathlon, IV settimana: p0rnfluff di più di 1000 parole
Un anno…
Subaru si era ritrovato più di una volta a domandarsi come avesse fatto Seishiro a resistere, lui che sembrava incapace della minima pazienza, quando voleva qualcosa, ed era capace di incapricciarsi come i bambini. Lo inteneriva pensare che lo stava facendo per suo figlio ma, dall’altro lato, si domandava se fosse perché rinunciare a lui, in fondo, non gli risultava poi così gravoso.
Beh, si era sbagliato in pieno, si disse.
Non era il posto migliore, quello – sul pavimento di pietra della stanza da bagno, i resti della lanterna in fiamme che galleggiavano nella pozza d’acqua che aveva fatto per spegnerla, la testa che iniziava a snebbiarsi, e il rischio che uno dei domestici potesse entrare da un momento all’altro.
E poi, sinceramente, non trovava che quella fosse la superficie più comoda del mondo.
Seishiro dovette accorgersene perché, di colpo, interruppe la sequela di baci alle sue spalle e lo riavvolse nel telo che gli aveva tolto di dosso pochi secondi prima – Meglio cercare un luogo più discreto – commentò – Riesci a camminare, o devo prenderti in braccio come una fragile principessa?
Subaru lo guardò storto e si diresse verso l’uscita del bagno, dove recuperò i suoi geta – Fossi in te, non tirerei troppo la corda – gli rispose, piccato – Non mi sento poi così bene da non mandarti a dormire da solo, sai?
Il fratello lo raggiunse e lasciò scivolare casualmente la mano lungo la sua schiena, ghignando nel vedere la reazione dell’altro uomo – Puoi anche provare a lasciarmi da solo, stanotte, ma qualcuno non mi sembra dello stesso avviso – commentò, sbirciando con interesse gli effetti di quelle poche effusioni. In fondo, un anno era passato per tutti e due, no?
Raggiunsero l’appartamento di Seishiro mentre il cielo si accendeva di lampi forieri di un temporale estivo: anche se non era caduta ancora neppure una goccia, l’aria era già sensibilmente meno calda, ma appiccicosa e gonfia di umidità; la stanza era quasi completamente al buio, perché rischiarata solo dalla lanterna che uno dei servitori aveva portato loro, profondendosi in mille scuse perché non si aspetta che i signori avrebbero tralasciato di cenare.
– Mio fratello non si sente bene – disse il padrone di casa, a mo’ di spiegazione, chiudendo gli shoji davanti alla figura inchinata dell’uomo.
Quando i passi dell’uomo scomparvero nel corridoio, iniziò a sentirsi il picchiettare dell’acqua sul legno del ballatoio – Almeno rinfrescherà un po’ l’aria… – commentò Subaru; si poteva già sentire l’odore della terra bagnata anche attraverso le pareti di carta che dividevano la stanza dal giardino, l’umidità fredda e un po’ appiccicosa che si infiltrava nel caldo soffocante della casa, permettendo di respirare un po’ meglio.
Seishiro gli baciò una tempia, indugiando con le labbra sui suoi capelli, e poi scese sulla guancia, sulla curva del mento, sulla pelle morbida del collo, sorridendo del modo in cui l’altro uomo sospirava appena e si poggiava a lui, stringendo un lembo del kimono nel pugno; alla luce fioca della lanterna poteva vedere il bianco dei due futon, disposti a due braccia di distanza l’uno dall’altro nell’ampia stanza semivuota: circondò la vita di Subaru con il braccio e se lo tirò gentilmente verso il letto, spingendolo a distendervisi sopra con un bacio. Gli sembrava trascorsa un’eternità dall’ultima volta che l’aveva visto in quel modo, steso un po’ rigidamente sul letto, le labbra umide e gli occhi brillanti nella semi oscurità, le guance rosse; con la punta delle dita seguì il profilo scomposto del telo, bagnato ma bollente sotto il suo tocco.
– Non senti caldo? – chiese, stendendosi accanto a lui e riprendendo a baciargli il collo.
– È come se stessi bruciando – sussurrò Subaru, come se l’acqua che inumidiva il tessuto che indossava fosse quella bollente di un bagno invernale; non riusciva più ad avvertire il fresco umido della pioggia, ma solo il caldo, come un fuoco, che gli incendiava la testa ed il corpo.
– Non ti starà mica venendo la febbre? – chiese Seishiro divertito, allentando gentilmente la stoffa dal corpo del fratello.
– Penso sia tutt’altro tipo di febbre – rispose l’altro, cercando le sue labbra per baciarlo; fece scivolare una mano sulla schiena del suo compagno per sciogliere il nodo dell’obi e sentì il telo che veniva sfilato dal suo corpo, lasciando che l’aria fresca della stanza gli sfiorasse la pelle come una carezza. Si sarebbe aspettato più irruenza, dopo tanto tempo che non facevano l’amore, ma Seishiro sembrava assolutamente determinato a prolungare baci e carezze a suo piacimento, almeno finché quel giochetto non gli fosse venuto a noia; notò distrattamente il profilo di legno dipinto di un flaconcino, ma venne distratto dalle dita dell’altro uomo che avevano preso a scendere lungo il suo ventre, sfiorando delicatamente la sua erezione.
Un bacio, poi un altro, inframmezzati a carezze: si domandò come avesse potuto rimanere così a lungo senza quelle sensazioni che lo avevano accompagnato per mesi, prima di quell’anno di astinenza, rendendolo felice come non era mai stato prima. Riconobbe il modo in cui Seishiro si faceva gentilmente strada tra le sue gambe, la carezza umida e liscia delle dita bagnate di olio, quell’odore di mandorla che ormai ricollegava alle notti d’amore, e si morse appena le labbra nel sentire il suo corpo che si tendeva a quel tocco che non gli era più familiare per da mesi.
– Bisognerà avere un po’ di pazienza – gli sussurrò l’altro uomo, dandogli un bacio.
C’era qualcosa di splendidamente sensuale nel guardare Seishiro che lasciava scivolare il kimono dalle spalle alla luce fioca della lanterna, qualcosa che gli infiammava i sensi come fuoco, che teneva lontano, irraggiungibile per la sua mente, qualunque senso di colpa; per la sua mente potevano esser trascorsi mesi, ma il suo corpo sembrava ricordare alla perfezione ogni singolo gesto, mentre la lontananza subita accentuava ogni sensazione. Con un movimento attento, l’altro uomo si posò su di lui, baciandogli il collo; e, come sempre, tutto diventava fuoco: la sua pelle, quella premuta contro la sua, il materasso, il suo corpo stesso, come in un incendio da togliere il fiato, in cui la voce gli usciva strana, come non avrebbe mai pensato nei momenti di lucidità. I baci non smisero un istante, a dispetto dei respiri spezzati, delle mani che accarezzavano e stringevano, e non si interruppero neppure dopo, quando il fuoco fu divampato con violenza per l’ultima volta, e si ritrovarono abbracciati tra le lenzuola disfatte, nel buio fresco della stanza, mentre l’acqua scrosciava violenta sul tetto, sul legno del ballatoio, sulla terra riarsa.
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