Journey ~ Prologo
Subaru si svegliò nel futon della sua stanza, immerso nella penombra creata dal
filtrare del sole attraverso le pareti di carta del corridoio.
Solo.
Si rigirò su un fianco e poi si mise a sedere, spostando la trapunta; rimase
qualche istante a fissare la stanza, lasciando che gli occhi si abituassero alla
poca luce. Senza aspettare un domestico, andò ad aprire le imposte della stanza,
serrando le palpebre davanti alla luce abbagliante: schermandosi un poco con la
manica dello yukata
fece scorrere gli
shoji e rimase a guardare il
verde rigoglioso del giardino d’autunno su cui si affacciava il suo
appartamento.
Verde.
Sospirò. Quegli aceri sarebbero rimasti così per tutta l’estate, poi si
sarebbero tinti di rosso, le loro foglie sarebbero cadute, ricoprendo di un
drappo scarlatto la terra, e infine… quando le loro braccia si fossero riempite
di gemme, quell’anno di lontananza sarebbe finalmente terminato.
Un servitore aprì gli shoji dell’entrata ed entrò portando un kimono pulito:
poi, aiutato da un altro domestico, entrato subito dopo di lui, tolse le
lenzuola e portò il futon a prendere aria, liberando il campo ad un terzo uomo
che portava il vassoio della colazione.
Subaru richiuse gli shoji e diede un’occhiata al kimono – Portatemi quello
giallo con le fronde di bambù – disse – Non voglio indossare abiti scuri.
Aveva notato un altro vassoio, segno che Seishiro avrebbe fatto colazione con
lui; un servitore tornò con l’abito richiesto e lo aiutò ad indossarlo,
ritirandosi subito dopo con un profondo inchino. I pannelli di carta si
riaprirono dopo pochi istanti, rivelandogli la figura del fratello.
Subaru forzò un sorriso tranquillo – Buongiorno.
Seishiro gli si avvicinò, chinandosi a baciarlo su una guancia – Ben svegliato.
Si sedettero davanti ai vassoi senza guardarsi: quell’atmosfera faceva crescere
un macigno nel suo stomaco, e la vista della colazione non migliorava la
situazione; prese comunque le bacchette e si concentrò sul cibo.
– Vai a corte, oggi? – chiese, cercando di non dare un tono particolare alla sua
voce.
– Sì, tornerò stasera – rispose l’altro uomo – Almeno credo: con l’inizio della
bella stagione l’Imperatore desidera dare il via ai ricevimenti, perciò non so
se avrò impegni.
– Non è un problema se torni tardi – rispose Subaru, accorgendosi, subito dopo
aver pronunciato quelle parole, quanto suonasse sgradevole il sottinteso
tanto non verrai da me.
Seishiro sorrise con una punta di amarezza, ma non rispose; guardò il fratello,
voltando appena il capo, e seguì le lunghe e flessuose fronde di bambù che
prendevano la forma del suo corpo – È una mia impressione, o vesti sempre
colori chiari in questo periodo?
– Si adattano al mio umore.
– Lieto di vederti felice, allora.
– Grazie – rispose Subaru a denti stretti. Idiota, pensò innervosendosi.
– Ma purtroppo non ti donano solo i colori scuri – commentò l’altro uomo, quasi
soprappensiero, e al ragazzo sfuggì un sorriso al pensiero che quella sua
accortezza fosse stata notata. Seishiro era decisamente troppo… attratto
da lui; era una necessità di contatto fisico ben diversa dalla sua, ma aveva
imparato a conoscerla e, soprattutto, a capire quali accortezze potessero
facilitare ad entrambi il compito di portare a termine il voto fatto da suo
fratello.
Un anno.
Un anno senza vedersi, senza toccarsi, senza dormire assieme; lo ripugnava
l’idea di soffrire di quella lontananza, che gli ricordava, con schiacciante
brutalità, la profondità della sua colpa, della sua convinzione: se era
terribile sapere di desiderare il proprio fratello, lo era ancor di più
accorgersi che, privato di qualunque attenzione affettuosa, si rafforzava il
bisogno di averlo accanto. Questa sensazione di costante disgusto verso se
stesso lo aiutava nel rimanere il più distaccato possibile, per non rischiare di
compromettere in alcun modo quella promessa dalla quale dipendeva la salute di
Fuma-kun:
se Seishiro era arrivato ad un voto, lui, che poco credeva alle parole dei
monaci, era segno che la malattia del figlio lo aveva profondamente scosso.
Inizialmente aveva creduto che quello sarebbe stato un buon pretesto per
interrompere quella relazione, ma… erano bastati pochi giorni, anzi, era bastata
una notte, trovarsi solo nel futon senza il consueto calore del corpo di
Seishiro, senza il suono di un altro respiro, senza… senza di lui. Solo. Inutile
dire che non aveva chiuso occhio.
Usagi-chan
era uscito dalla sua comoda sacca di stoffa per tornare a consolare le sue notti
con il suo corpicino soffice, più comodo e confortante del cuscino, ma sembrava
aver perso il piccolo potere che aveva posseduto negli anni; non bastava più il
surrogato di una carezza, di una presenza, ora che aveva conosciuto cosa fosse
averne una reale, in carne ed ossa, e il pensiero della colpa e, allo stesso
tempo, della mancanza lo frastornavano fino a farlo impazzire.
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