Phantasma ~ Capitolo XX

(BDT SeishiroXSubaru, prompt 001. Inizio)

Quando il servitore spalancò le imposte il giorno successivo, a mattino inoltrato, a Subaru parve di essere finito tra le pieghe di un immenso kimono dalle infinite sfumature scarlatte: la casa era completamente circondata dagli aceri, un vortice rosso che si stendeva dalle chiome fino a terra in cascate luminose di rugiada che sfioravano il suolo e si rovesciavano sul terreno ricoperto dalle foglie cadute.
Il riquadro formato dalle due pareti sembrava incapace di contenere quell’esplosione di colore che era impossibile credere l’ultima veste dell’anno ormai quasi concluso; si affacciò sull’engawa, incantato dalla piccola foresta di alberi, e intravide suo fratello sotto uno di essi. Indossò il kimono che era stato preparato per lui accanto al futon e si fece portare un paio di geta, per poi scendere nel giardino camminando senza quasi affondare grazie a quella sorta di spesso tappeto rosso, accarezzando le basse fronde scarlatte, le foglie lisce e fredde come vesti appena lavate.
Come mai già sveglio? chiese la voce del fratello sbucando da quel mare di foglie rosse.
Mi sentivo meglio e volevo fare due passi.
Seishiro lo prese tra le braccia, trascinandolo tra le fronde di uno degli alberi per un bacio così rapido da non dare a Subaru il tempo di preoccuparsi per il rischio di eventuali spettatori; lo allontanò gentilmente e il rossore delle sue guance sembrava una traccia di quello degli aceri – Sei un…

Volevi vedere il fiume, vero? lo interruppe allegramente Seishiro È qui, in fondo a questa parte del giardino.

~ * ~

La foresta di aceri si stendeva folta sino alle rive del fiume; man mano che si avvicinavano, il fragore dell’acqua si faceva più forte, fino a riempire l’aria; il suo letto pieno di vortici interrompeva il tappeto di foglie cadute che riprendeva poi, assieme agli alberi, sull'altra riva.
Subaru volle rimanere lì a lungo, la mente sgombra dai pensieri come se l'acqua che si abbatteva in cascata poco più avanti l'avesse assalita e ripulita con le sue onde, come i sassi lisci e tondi che affioravano più in là; Seishiro lo convinse a rincasare per pranzo, sentendo il petto pesante all'idea della domanda che prima o poi sapeva sarebbe arrivata.

~ * ~

Seishiro?
Sì?
Che mi è successo? Non ricordo di essermi ammalato, e la debolezza è sparita non appena lasciata la Capitale.
Seishiro sospirò. I domestici avevano sgombrato da poco la stanza dai vassoi del pranzo, e Subaru si era steso sul materasso di un futon accanto agli shoji spalancati sul giardino, il capo posato sulle sue ginocchia. Aveva gli occhi limpidi, dello stesso colore delle foglie appena spuntate, appena più scure attorno al bordo interno dell'iride. Sorrise a fatica, sospirando, e riprese ad accarezzargli i capelli. Poteva mentire. Solo lui e Ishimori-san sapevano cosa fosse accaduto quella notte, e neppure il monaco conosceva di più di quanto lui gli avesse accennato sull'identità dello spirito. Poteva mentire senza timore d'essere scoperto. Ma la fiducia con cui Subaru lo fissava gli bloccava la voce in gola, allontanando quel pensiero.
Seishiro?
Sì?
Non era una malattia normale, vero? lo guardava con un'espressione calma, come se sapesse già perché non otteneva risposta Ho vissuto per anni in un tempio e so di cosa parlo. Era uno spirito?
Sì.
Di un defunto?
Sì.
Mia madre o nostro padre?
Detesto la tua perspicacia.
Era nostro padre.
E trovo insopportabile la tua calma, ti preferisco quando gridi.
Era in collera per quel che è successo, vero?
Dovresti smetterla di usare questo tono con me, è quantomeno irrispettoso.
Tanto conosco già la risposta.
Sei insopportabile.
Lo so.
Era un buffo dialogo tra sordi, Subaru che continuava a restare sdraiato con lo sguardo rivolto verso di lui e Seishiro che fissava gli aceri del giardino, come se lo ignorasse.
Guardami, per favore.
A che scopo?
Subaru sollevò una mano e gli accarezzò il volto
Non è colpa tua.
Seishiro trattenne la mano con la sua senza distogliere lo sguardo dagli aceri
Se avessi saputo controllarmi, non sarebbe finita così.
Abbiamo sbagliato in due, ma ormai è successo, e non possiamo tornare indietro tacque Non penso agirei in modo diverso, se mi fosse concesso di cambiare quel che è stato.
Seishiro sentì come un peso che scivolava giù dal suo petto andando a disperdersi da qualche parte: per assurdo, Subaru stava ripetendo le sue stesse parole.
Sai bisbigliò il fratello stendendosi su un fianco senza spostare il capo dalle sue gambe – È strano, ma... non temo il passato. E' il futuro a spaventarmi.
Lo intristì quella frase, sussurrata con un tono che gli ricordava curiosamente quello usato da Fuma la sera che aveva passato con lui e Setsuka, quando, dopo che la sorellina si fu addormentata, si era accoccolato contro di lui dicendo che aveva paura di crescere, di non essere all'altezza delle aspettative del padre. Seishiro si chinò a prendere tra le braccia il fratello, stringendolo a sè in silenzio, lisciandogli i capelli: odiava non poterlo rassicurare, non potergli garantire che sarebbe andato tutto bene. Si limitò a baciarlo in silenzio, come se l'unica vera promessa di futuro fosse quella.
Senza forse accorgersi che lo era davvero.

~ * ~

Il buio lo faceva tremare quasi più del freddo.
La lampada che stringeva nella mano ondeggiava rischiarando le piante e creando ombre spaventose, che fuggivano quando lo stretto cerchio di luce si diffondeva sugli aceri là attorno; la brina gli gelava ed inzuppava le calze fradice, scivolose sul legno liscio dei geta, rendendo ancor più malfermi i suoi passi nel buio.
Il fragore dell'acqua era la sua unica guida in quel paesaggio sconosciuto nella sua veste notturna, rimbombando sempre più come fosse nella sua testa, quasi che l'oscurità ne amplificasse il rumore. Riusciva a comprendere la profondità della sua decisione nella folle determinazione che lo faceva avanzare nel buio e in quel freddo penetrante, allontanato a stento dal calore delle lampada e dal tanzen posato sulle spalle. Forse, più che determinazione, era disperazione il suo nome, ma non gl'interessava capirlo, in quel momento; la calma che lo aveva avvolto quel pomeriggio era ancora lì, a dispetto del tremore spaventoso che lo scuoteva come il vento fa con una foglia. Era la calma di chi sa che non c'è altra via, e lo guidò con mano ferma fino alla riva del fiume: il freddo, se possibile, s'era fatto ancor feroce, e mordeva dove prima si limitava a sfiorare, facendogli battere i denti tra le labbra livide.
Il calore della stanza che aveva lasciato era un ricordo così lontano da sembrare irreale, così come il pensiero di come fosse giunto lì; s'era svegliato nel cuore della notte con la certezza di ciò che doveva fare, il sonno spazzato via. Il rumore del fiume gli era parso un richiamo che rafforzava la sua decisione, ed era scivolato fuori dalle coltri del futon, attento a districarsi dal braccio di Seishiro senza svegliarlo. Si era rivestito con il primo kimono che aveva trovato là accanto, nel buio, che solo per un caso era quello che era stato preparato per lui, e aveva aperto gli shoji e le imposte cercando di non far rumore, prendendo la lampada ed il tanzen che aveva dimenticato sull'engawa la sera prima. Era rimasto immobile per un istante prima di richiudere i pannelli, rimpiangendo che non ci fosse luce: avrebbe voluto guardarlo un'ultima volta. Chiuse le imposte e riaccese la lampada, scendendo dall'engawa e indossando i geta posati là sotto; era rimasto qualche secondo in piedi sul terreno coperto di foglie umide, guardando la foresta buia davanti a lui e rabbrividendo nei suoi abiti sottili. Poi, chiudendo gli occhi per vincere la paura, aveva preso a camminare.
Guardava i gorghi dell'acqua rischiarati appena dalla luce tremolante della lampada, sentendo il freddo filtrargli fin nelle ossa. Non aveva senso restare ancora fermo lì, no?
Posò a terra la lampada, stringendo inconsciamente sul petto il tanzen, e fece un passo, sentendo i sottili schizzi di acqua colpirgli il piede gelato.
Bastava poco, no? Solo un passo, solo un leggero sbilanciamento in avanti. In fondo, aveva fatto di peggio, fino a quel momento.
Subaru.
La voce di Seishiro risuonò nella sua testa attraverso lo scroscio delle onde, riempiendogli stupidamente gli occhi di lacrime, le ciglia così insensibili per il freddo che non riuscirono a cacciarle indietro: rimasero lì, così calde da bruciargli sulle palpebre gelate.
Vigliacco, sussurrò poi una voce nella sua testa.
Vigliacco, ripetè mentre l'acqua gelida gli arrivava fino alla caviglia.
E Subaru si rese conto di quanto fosse vero.

~ * ~

Seishiro si svegliò lentamente, girandosi su un fianco e trovando il vuoto nell'altro lato del futon. Si alzò di soprassalto, guardandosi attorno nella stanza buia Subaru? chiamò a bassa voce, quasi spaventato dal silenzio che si stendeva nel buio ovattato della stanza.
Si sollevò a sedere, lasciando che le coperte scivolassero giù, e rimase immobile ad ascoltare il lieve scroscio dell'acqua in lontananza, il vento che scuoteva delicatamente le fronde degli alberi del giardino, il fruscio dei servitori che si muovevano nel corridoio, gli shoji che scivolavano con leggero attrito sulle loro guide, segno che il giorno era già iniziato.
Si concentrò sui rumori interni della stanza e non udì nulla, come se il buio fosse stato una coperta che annullava ogni suono che non fosse quello del suo stesso respiro; spinse via le coperte, irritato dalla mancanza di luce, e afferrò un kimono posato là accanto sui tatami, gettandoselo addosso e legandolo alla ben'e meglio in vita. Avanzò alla cieca verso le imposte che davano sul giardino e le spalancò con furia, inondando la stanza di una luce soffusa ma quasi accecante per i suoi occhi abituati al buio. Fece scorrere gli shoji e l'aria pungente del mattino si riversò nella stanza, scacciando gli ultimi brandelli di sonno.
Buongiorno.
Gli sembrò che l'aria entrasse nei polmoni solo in quel momento
Che diamine ci fai lì?!
Subaru gli sorrise dal giardino, il kimono spiegazzato, i tabi e i geta infangati
Avevo voglia di fare due passi spiegò tranquillo.
Seshiro uscì sull'engawa e lo afferrò per un braccio, tirandolo verso di sè con uno strattone, stringendolo forte tra le braccia; aveva i capelli così freddi da sembrare bagnati, e vi affondò il viso, premendosi il capo del fratello contro una guancia, respirando affannosamente.
Subaru rise e si strinse a lui, poggiando il capo contro il suo, sospirando.
Io ti amo Seishiro, pensò strusciando il viso contro la sua spalla. Ti amo in un modo che nemmeno capisco, che mi spaventa per la sua violenza, che so sbagliato, che so essere la tua e la mia dannazione.
Ma quando giaccio tra le tue braccia non esiste più nulla, niente che non sia la tua pelle, il tuo respiro, la tua voce, tutto ciò che non sia il sentimento che provo per te si dissolve e cessa di avere importanza.
Forse è questo il mio peccato più grave...
Un giorno avrebbero pagato per quello, si disse.

Un giorno.

Fine

29 novembre 2006

 

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