The beginning ~ Capitolo I
(BDT SeishiroXSubaru, prompt 024. Famiglia)
Era iniziata nel modo
più innocente, in un giorno di pioggia scrosciante.
Seishiro tornava dalla
corte e s’interrogava con curiosità sull’arrivo del suo fratellastro: era
strano sapere che esisteva qualcuno con il suo stesso sangue nel mondo,
qualcuno che non aveva mai incontrato. Era giunto con un sospiro di sollievo
alle porte della residenza di casa Sakurazuka, felice di non dover più
sentire lo scroscio dell’acqua sulle spalle, quando, mentre si liberava del
mantello zuppo e chiedeva se il bambino fosse arrivato, gli venne comunicato
da un servitore sconvolto che il piccolo ospite era giunto da Edo, ma sua
madre aveva impedito che varcasse la soglia di casa.
–
Ci siamo distratti un momento ed il bambino è sparito!
–
gemette l’uomo.
Gli venne detto di non
preoccuparsi, però, e di entrare in casa ad asciugarsi; percorse la strada
esterna, passando sull’engawa
per non inzuppare i
tatami della casa.
L’aveva trovato là
sotto, accoccolato contro una delle travi dell’engawa, come un
coniglietto inzuppato e tremante, e l’aveva portato in casa.
~ * ~
Subaru giaceva
febbricitante già da qualche giorno, steso in un
futon nella stanza di
Seishiro; l’anziana bambinaia del ragazzo azzardò una lamentela sin dal
primo giorno, affermando titubante che non era appropriato né pratico che
quel bimbo rimanesse lì.
–
È imbarazzante, per
le domestiche più giovani, recarsi in questa parte della casa; e poi, negli
appartamenti delle donne, ci sarebbe sempre qualcuno pronto a…
– Oh, certo!
– sbottò Seishiro seccato
– Sono certo che mia
madre perderebbe il sonno per vegliarlo la notte!
La donna sospirò,
sapendo bene che tenere quel bimbo sotto gli occhi della sua signora sarebbe
stato come mettere un pulcino nel nido di una vipera, ma come si poteva
tenerlo negli appartamenti degli uomini? Riprese a cucire in silenzio,
abbozzando le forme di un pupazzo.
Seishiro la guardò con un sorriso
– A che punto è?
–
Dovrei finirlo per stasera, devo solo chiudere l’imbottitura.
–
Ottimo.
Subaru si lamentò nel
sonno ed il fratello gli accarezzò i ciuffi umidi sulla fronte, facendolo
risprofondare quasi subito in un riposo tranquillo: la febbre non era
più molto alta e c’era da sperare che se ne sarebbe andata nel giro di pochi
giorni.
Gli smuoveva una strana
tenerezza, quel bimbo: non aveva avuto fratelli, i suoi compagni di gioco
erano sempre stati suoi coetanei ed era strano perciò quell’interesse; gli
ricordava un po’ uno dei gattini di sua madre quando lui era bambino, o
forse era solo colpa del colore così bizzarro degli occhi di Subaru, o del
modo che aveva di accoccolarsi verso di lui quando gli teneva una mano.
Era una sensazione
dolce, tranquilla, che lo faceva sentire bene, anche se non riusciva a
spiegarsene il motivo.
Suo padre fu di ritorno
quel giorno, mentre il bambino dormiva e Seishiro leggeva là accanto; venne
informato di quanto era capitato e, con una vaga ansia nel cuore, si era
recato nelle stanze del suo primogenito.
– Oh, padre… Bentornato
– lo accolse il figlio quando
se lo trovò sulla soglia della sua stanza; poi, indicando con un cenno del
capo il futon – Il nostro piccolo ospite sta ancora dormendo.
Sakurazuka-san guardò il
bimbo infagottato nelle coperte, provando una sensazione quanto mai
singolare: anche quella bambolina lì era suo figlio.
– Mi hanno detto che è
malato – disse il padre inginocchiandosi accanto al futon.
– Solo un po’ di febbre
–
rispose Seishiro
– Per domani dovrebbe essere di nuovo in piedi.
L’uomo studiò il visetto
affondato tra le coltri bianche ed azzurre: aveva lineamenti molto delicati,
quasi da bambina, e folti capelli neri, al momento tutti arruffati; gli
ricordava, allo stesso tempo, Seishiro e la dama che aveva amato
– Di che
colore sono i suoi occhi?
– chiese.
– Una tinta bizzarra
–
rispose il figlio
– Quella delle foglie; non ne ho mai visti di uguali,
sembrano quelli di un micetto
– commentò ridacchiando.
–
Li ha ereditati da sua madre
–
sussurrò il padre, quasi più a se stesso che al suo interlocutore. Sospirò
–
Questo non risulterà gradito a vostra madre…
Seishiro fece una
smorfia – Come se avesse bisogno di altre motivazioni…
–
Sarebbe il caso che il bambino venga spostato nelle stanze delle donne
–
rispose il padre
–
Parlerò a vostra madre.
–
Perché mai?
– Temo che abbiate
veramente scambiato questo bimbo per un gatto
– commentò
Sakurazuka-san – Non
vorrete certo tenerlo qui!
–
Perché mai? –
ripeté il figlio
–
È
mio fratello, no? Che male c’è?
Il padre si alzò e fece per uscire
– Un bambino così
piccolo non può stare negli appartamenti degli uomini e non posso neppure
consentire un viavai di dame per la casa! Parlerò con vostra madre e,
qualora si mostri irragionevole, adibirò un piccolo edificio per il bambino.
– Ma
Subaru-chan ha solo
cinque anni! – esclamò
Seishiro – Volete farlo crescere…
–
Silenzio!
Non capitava spesso che
suo padre alzasse la voce con lui ed il ragazzo tacque, sorpreso; gli
shoji si richiusero prima che
potesse aggiungere altro.
~ * ~
Subaru si svegliò
intontito il mattino dopo.
Un’anziana dama lo prese
in braccio con un sorriso gentile e lo portò fuori dalla stanza, mentre
alcuni domestici trafficavano con il futon. Venne portato nella sala da
bagno, lavato e poi, rivestito di uno yukata bianco a disegni verdi,
riportato nella stanza di Seishiro, dove lo attendevano un letto dalle
lenzuola pulite, la colazione e suo fratello.
–
Ben svegliato –
disse il ragazzo con un sorriso; gli sfiorò i capelli nel tentativo di
riordinarli, senza successo; chiese ad un domestico un pettine ed iniziò a
sistemare i ciuffi scomposti del bambino
–
Come ti senti? –
chiese, dando accidentalmente un piccolo strattone
–
Scusami –
esclamò, facendogli una carezza
–
Non sono molto pratico, temo.
– Va…
va bene – rispose
il bimbo.
– Oh, hai una voce,
dunque! – commentò Seishiro, continuando la sua opera; buffo, passare i denti
del pettine tra quei capelli lo rilassava come quando, da bambino, sua madre
lo faceva con lui.
Riordinò la chioma del fratello e posò il pettine,
spostando il vassoio della colazione davanti a lui
– Mangia, avrai fame.
Subaru guardò tutte quelle ciotole eleganti disposte sul
vassoio di lacca nera: non aveva mai visto cose così belle e aveva paura di
toccarle.
– Non c’è nulla che ti
piace? – chiese Seishiro preoccupato.
–
No, no, va bene
– rispose il bambino prendendo le
bacchette; fino a quel momento c’era sempre stata una monaca ad aiutarlo, ed
infatti quelle bacchette troppo lunghe per le sue manine gli caddero dalle
dita, sporcando la lacca lucida del vassoio. Guardò spaventato quel
pasticcio, temendo che quel ragazzo così gentile lo sgridasse.
– Potevi dirmi che non
sei capace – rise Seishiro: prese le bacchette e, ignorando il cibo caduto,
prese ad imboccare Subaru; il bimbo apriva la bocca obbedientemente,
sorpreso da un simile trattamento: non era mai stato maltrattato dalle
monache, ma aveva sviluppato un vero e proprio terrore per chiunque gli
fosse sconosciuto. Le uniche persone con cui avesse mai avuto a che fare,
oltre alle silenziose abitanti del tempio, erano i bambini che vivevano là
attorno, che lo deridevano e lo tormentavano per lo strano colore dei suoi
occhi e perché non aveva un padre; proprio per questo si era abituato a
tenere sempre lo sguardo abbassato, per paura che si notassero quegli occhi
che odiava tanto e che tanti guai gli avevano procurato.
– Alza il viso,
Subaru-chan – disse gentilmente
Seishiro – Non riesco ad imboccarti, così.
Il bambino andò nel
panico a quella richiesta, e prese a tremare leggermente; il fratello,
sorpreso, poggiò le bacchette e gli accarezzò la fronte
– Ti è tornata la
febbre, Subaru-chan?
– chiese preoccupato
– Però non sei tanto caldo
– continuò
sorridendo; fece scivolare la mano sul viso del bimbo, posandogli il palmo
contro una guancia
– Cosa c’è? Hai paura di guardarmi?
– bisbigliò
– Non sono
un mostro cattivo, sai?
Subaru scosse
vigorosamente il capo: non pensava affatto questo! Anzi, quel ragazzo era la
persona più gentile che avesse mai incontrato.
–
Alza questo musetto, allora
–
concluse sollevandogli il viso
–
Ecco qua –
disse, sorridendo
–
Non capisco proprio perché tu debba ostinarti a stare a testa bassa.
Ma come, si chiese il
bambino, sconvolto, non diceva nulla sui suoi occhi? Nessuna domanda, nessun
commento, nessuna occhiata sgomenta?
– Cosa c’è, Subaru-chan?
–
Gli… –
balbettò – Gli occhi…
– Ti bruciano?
– chiese Seishiro, scrutandoli con
attenzione – Non sono arrossati, però.
–
Ma gli occhi… –
tentò di nuovo il fratellino.
Il ragazzo gli sorrise, piegando un po’ il capo da un
lato – Cos’hanno di strano? Mi sembrano belli come la prima volta che li ho
visti.
Subaru lo fissò sconvolto
– Belli?
– balbettò
– I miei occhi?
– Sì,
Subaru-chan –
rispose sorpreso Seishiro; lo prese in braccio, avvolgendolo per bene in una
coperta, e lo portò sull’engawa, aprendo gli shoji, mostrandogli le fronde
lucide di rugiada di alcuni cespugli
– Hanno lo stesso colore di quelle
foglie – disse
– E se loro sono belle, perché non dovrebbero esserlo i tuoi
occhi, Subaru-chan?
Subaru rimase a fissare sorpreso il ragazzo, indeciso se
essere più sconvolto dall’aver sentito definire “belli” i suoi occhi o dal
venire chiamato in modo così affettuoso: era un modo nuovo di sentir
pronunciare il suo nome, dal suono insospettabilmente dolce.
Si sentiva la testa un
po’ pesante e, piano piano, la posò contro la spalla di Seishiro.
– Oh
– commentò lui,
sorpreso – Sono uno sconsiderato, la febbre se n’è andata solo ieri e io ti
porto già fuori!
– riportò il bimbo nella stanza e lo depose gentilmente sul
futon – Vuoi mangiare qualcos’altro?
– chiese, rimboccandogli le coperte.
Subaru fece di no con la
testa, ripetendosi che quello era di certo un bel sogno e che se ne sarebbe
andato con le prime luci dell’alba. Però era stato bello farlo, pensò, la
cosa più bella che gli fosse mai capitata; sprofondò beato tra le coperte,
dicendosi che quel sogno era stato così realistico da sembrare vero.
– Dimenticavo
– disse
Seishiro – Questo è per te.
Subaru vide una cosetta
bianca e morbida che veniva posata sul cuscino, proprio accanto al suo viso
–
Cos’è? – chiese, rimettendo a sedere.
–
Ho visto che non hai alcun giocattolo tra le cose che hai portato con te da
Edo –
rispose il ragazzo
–
Perciò ho pensato di farti cucire dalla mia vecchia balia questo coniglietto
per farti compagnia quando dormi.
Il bambino prese quel
giocattolino di stoffa e l’osservò estasiato, quasi impaurito di poterlo
sporcare – Lo…
lo posso tenere?
– chiese, arrossendo di felicità
– Posso
davvero?
Seishiro sorrise davanti ad una simile reazione e si chinò
a dargli un bacio sulla fronte
– Certo.
Subaru
si lasciò rimettere a letto, con il pupazzo contro una guancia, tanto che,
quando si svegliò, qualche ora dopo, una delle orecchie gli era finita in
bocca.
~ * ~
Quando riaprì gli occhi,
dopo quasi un’ora, guardò sorpreso il pupazzo; si mise a sedere, spostando
la soffice coperta blu, ed osservò quel coniglietto di stoffa, incredulo:
non era stato un sogno, allora?
– Ti sei svegliato,
Subaru-chan – esclamò Seishiro, sollevando il capo dal suo libro
– Posso farti
portare qualcosa per merenda, allora.
No… sembrava proprio di no.
~ * ~
Subaru rimase a vivere
nella stanza di suo fratello per poco più di due settimane, quando, una
mattina, mentre Seishiro era a corte, suo padre venne a prenderlo.
Alla vista dell’uomo,
ancora uno sconosciuto per lui, il bimbo, istintivamente, si strinse vicino
il coniglietto di pezza; rimaneva in lui una vaga apprensione nei confronti
degli estranei, malgrado il terrore dei primi giorni stesse scemando.
– Buongiorno
Subaru-kun –
disse l’uomo, sedendosi di fronte a lui.
Il bambino aprì la bocca
per salutare, ma riuscì ad emettere solo un debole borbottio, che strappò un
sorriso al suo interlocutore.
–
Sapete chi sono?
Subaru fece “no” con la
testa, domandandosi quando Seishiro sarebbe tornato.
–
Sono vostro padre.
Il bimbo sgranò gli
occhi: quello era… Padre, quella
parola che non aveva mai potuto collegare con nulla, quell’assenza che lo
aveva reso per tutta la sua breve vita oggetto di scherno; lo guardò con una
curiosità nuova, con attenzione, e gli parve che somigliasse vagamente a
Seishiro. Poi si ricordò che, se lui era lì, se lo avevano portato via dalla
mamma, era perché lo aveva voluto quel signore... Suo padre.
Annuì imbarazzato ed
impacciato da quelle emozioni contrastanti, e desiderò che suo fratello
fosse lì.
– Non avete nulla da
dirmi? – lo incoraggiò gentilmente
Sakurazuka-san
– Nulla da chiedermi?
– Aveva gli stessi
meravigliosi occhi di sua madre, la stessa espressione timida ed impacciata,
che gli ricordava di più una delle sue figlie da bambine, piuttosto che
Seishiro alla sua età.
Subaru fece cenno di
“no” con la testa, chiedendosi quanto sarebbe durata ancora quell’agonia:
non sapeva cosa dire, cosa fare e voleva solo sentire la voce di suo
fratello che annunciava il suo ritorno, che gli confermava di essere di
nuovo al
sicuro.
Il padre sospirò, un po’
spiazzato da quel silenzio; iniziò a spiegare perché l’aveva fatto portare
lì, chi fosse la loro famiglia, ed il figlio annuiva obbediente,
visibilmente terrorizzato al pensiero di contraddirlo- Normalmente i bambini
della vostra età abitano nella parte della casa riservata alle donne, ma…
Per voi ho pensato ad una sistemazione diversa- disse, conciliante.
Chiamò un domestico, che
portò loro dei geta, e fece cenno al figlio di seguirlo nel giardino.
Subaru lo guardò
allarmato: Seishiro gli aveva raccomandato di non uscire dalla sua stanza…
Cosa doveva fare?
– Venite, Subaru-kun!
–
chiamò Sakurazuka-san.
Il bambino balzò in
piedi, guardando il suo coniglietto di pezza: poteva portarlo? Sentiva di
avere meno paura, con lui… Oh, perché Seishiro non era lì?
Il padre lo chiamò
ancora e lui, nel panico, tenne stretto il pupazzo e lo seguì sulla terra un
po’ molle del parco; mentre trotterellava docilmente dietro l’uomo, si
guardava attorno, affascinato da quel che vedeva: splendidi giardini, con
alberi piegati e potati in fogge strane, eleganti edifici dai lucidi infissi
scuri che inframmezzavano gli shoji candidi o appena ingialliti della casa,
piccoli corsi d’acqua che andavano ad alimentare un grazioso laghetto pieno
di ninfee.
– Venite
– disse suo
padre, facendogli cenno di entrare; una giovane donna, molto graziosa, li
attendeva, profondamente inchinata, nella stanza nella quale entrarono-
Questa giovane dama si chiama Yukiko
– spiegò
Sakurazuka-san – Da oggi in poi,
si occuperà di voi.
Subaru si guardava
attorno senza capire: era una grande stanza, con i pannelli elegantemente
decorati con animali bellissimi, luminosa; anche Yukiko era bella, la donna
più affascinate che avesse mai visto, pensò arrossendo imbarazzato: e poi
aveva lunghissimi capelli neri, lucidi, come sua mamma, ed una veste dal
colore delizioso. Sentendosi osservata, la ragazza sorrise e gli rivolse un
inchino, che il bimbo imitò imbarazzato: nessuno si era mai inchinato
davanti a lui!
– Yukiko vi insegnerà il giapponese,
le buone maniere e giocherà con voi
– spiegò
– E, quando
sarete più grande, verrà un monaco ad impartirvi lezione di cinese e di
tutto ciò che il figlio di una famiglia aristocratica deve conoscere.
L’unica limitazione che vi viene posta, per ora, è di non allontanarvi da
questo edificio.
Subaru sbatté gli occhi senza capire, sentendo un’angoscia
feroce, però, montargli in petto: se non poteva uscire, voleva dire che non
avrebbe più visto Seishiro… No?
–
Ah… Io… –
balbettò, senza sapere cosa dire.
–
Le vostre cose verranno portate qui
–
lo rassicurò suo padre, non comprendendo ciò che agitava il figlio
–
E, nel giro di un paio di giorni, vi farò avere dei vestiti nuovi e dei
giocattoli.
–
Ma…
– Cosa c’è, Subaru-kun?
Voglio stare con Seishiro,
avrebbe voluto dire.
E si sentiva ferito e spaventato, perché suo fratello non
gli aveva detto nulla di quel trasferimento, lasciandolo cullare
nell’illusione che sarebbe potuto rimanere sempre con lui.
Fece cenno di “no” con la testa e riuscì a resistere alle lacrime, almeno
finché suo padre non fu uscito dalla stanza.
~ * ~
Seishiro rientrò dalla corte di ottimo umore: aveva
acquistato una trottola colorata per Subaru e non vedeva l’ora di
insegnargli come giocarci; era felice: con le sue sorelle non aveva mai
potuto fare niente del genere e lo divertiva il pensiero di avere finalmente
qualcuno con cui condividere dei divertimenti infantili.
Si mosse tranquillo fino al suo appartamento, varcando la porta con un
sorriso – Subaru-chan? Guarda cosa ti ho…
Ma la stanza era vuota, come prima dell'arrivo del suo piccolo ospite.