The beginning ~ Capitolo V
(BDT Seishiro/Subaru, prompt 025.
Estranei)
Le lettere non si diradarono col
tempo, non quanto
Sakurazuka-san avrebbe voluto: malgrado i mesi
passassero e non giungesse alcuna risposta da nessuna delle due parti, i
suoi figli continuavano ostinatamente ad inviarsi delle missive, tutte
regolarmente distrutte.
L’iniziale senso di disgusto si stava via via mutando in
una sorda irritazione: perché erano così dannatamente tenaci, si chiedeva;
come se quella domanda senza risposta non lo importunasse a sufficienza,
ecco che si poneva un problema ben più grande: Seishiro era sul punto di
ottenere la sua nomina a Ministro della Destra e l’Imperatore gli aveva
confidato che era sua intenzione annunciare la sua intenzione di concedergli
in sposa sua figlia Kanoe durante quella cerimonia.
Al di là della profezia (alla quale si sforzava di non
pensare, in un certo senso incredulo che una cosa del genere potesse davvero
capitare), era una questione di primaria importanza che Seishiro non vedesse
Subaru e non scoprisse che le sue lettere erano finite ad alimentare il
fuoco: se avesse deciso di fare un’alzata di testa proprio in un momento
così delicato per il suo futuro (e Sakurazuka-san sapeva perfettamente che
il suo primogenito era capace di fare qualsiasi cosa, quando si vedeva
raggirare a quel modo), avrebbe potuto persino decidere di rifiutare la
carica ed il matrimonio.
No, bisognava trovare un modo, si disse.
Incredibilmente (ed in modo assolutamente non
volontario), fu Subaru a venirgli in aiuto.
Non aveva mai goduto di ottima salute, ma in quel
periodo, complice la scarsa quantità di cibo che ingeriva (Yukiko gli aveva
accennato che il suo padroncino si era fatto taciturno e malinconico ben più
del solito, arrivando persino a trascurare lo studio), decise che la cosa
migliore, per Seishiro come per lui, era quella di inviarlo da qualche parte
per curarsi.
Chi avesse conosciuto questi suoi pensieri, avrebbe
potuto facilmente pensare che detestasse quel ragazzino dagli occhi verdi,
ma solo lui sapeva che, per assurdo che fosse, anche quel tenerlo fermamente
lontano dal fratello era un modo per dimostrare a Subaru il suo affetto, per
impedirgli di distruggere se stesso nell’eventualità che quella ripugnante
profezia si avverasse. Avrebbe sofferto, d’accordo, ma… ma sarebbe stato
salvo. E, anche se probabilmente i suoi figli l’avrebbero odiato, lui
avrebbe avuto la certezza di aver compiuto tutto il possibile per salvarli
dal destino al quale li aveva sottoposti mettendoli al mondo.
~ * ~
– Subaru-san?
Il ragazzino si alzò a fatica dal futon, volgendo gli
occhi arrossati verso l’uomo – Oh…
perdonatemi – esclamò, tentando di mettersi
a sedere ed assumendo un aspetto meno trasandato.
Sakurazuka-san sorrise gentilmente e gli fece cenno di
rimanere sdraiato –
Come vi sentite, oggi?
– Yukiko-san dice che la febbre è passata
– rispose. Aveva
il volto stanco, emaciato, e il colore della pelle era leggermente
spettrale; l’uomo provò una stretta al cuore.
– Ho parlato con uno dei
medici e mi ha consigliato di allontanarvi da qui per un po', per cambiare
aria; magari potreste recarvi a
Beppu:
la famiglia di mia moglie possiede una deliziosa residenza da quelle parti,
e potreste riposare tranquillamente e ristabilirvi.
Subaru, per un istante, si dibatté
tra la gratitudine ed il panico: erano anni (sette, per l’esattezza) che non
lasciava quella casa, e il mondo esterno gli era sempre parso un ricordo
lontano e abbastanza spaventoso. Inoltre… nutriva sempre la speranza che
Seishiro tornasse, prima o poi: erano trascorsi quasi tre anni
pieni
dalla sua partenza per la corte, e si poteva dire che non avesse sue notizie
dal giorno in cui, prima di trasferirsi, era venuto a trovarlo; evitò
accuratamente di ripensare alle promesse di scrivergli, e si disse che,
forse, se suo fratello fosse rincasato, avrebbe potuto incontrarlo… Non era
la prima volta che si ammalava e questa volta non era stata peggiore delle
precedenti, quindi non temeva altro che perdere l’occasione per rivedere
Seishiro.
Allo stesso tempo, però, non si faceva illusioni: non
sarebbe mai riuscito a dire di no a Sakurazuka-san.
Strano che non pensasse mai a lui come a suo padre,
nonostante fosse stata praticamente la prima cosa che gli avesse detto il
giorno del loro primo incontro.
– Cosa ne pensate,
Subaru-kun? – chiese l’uomo,
gentilmente. Accetta, figlio mio, accetta. Per te e per tuo
fratello.
–
Come desiderate.
Gli rivolse un sorriso affettuoso: povero ragazzino,
pensò; aveva solo dodici anni e lui non poteva fare altro che sacrificarlo
sempre alle sue decisioni.
–
Bene, allora: farò preparare tutto per il viaggio, voi pensate solo a
riposarvi. Il vostro insegnante mi ha detto che ultimamente il vostro
rendimento è stato un po’ scarno –
sorrise indulgente allo sguardo imbarazzato del figlio –
Oh, non fatevene un cruccio: capita a tutti i ragazzi della vostra età,
anzi, voi siete stato fin troppo diligente. Vi piace lo studio?
Subaru arrossì un poco a quella domanda –
Sì… molto.
Era la cosa più rassicurante della sua vita: poteva
rimanere buono buono nelle sue stanze, con un libro tra le mani, ed lasciare
che il mondo, con tutte le sue vicende e le sue passioni, entrasse tra
quelle mura, senza spostarsi di un millimetro, senza far altro che leggere
incantato quali orrori e meraviglie avevano vissuto o inventato gli autori
di quei libri.
Era un posticino tranquillo, in penombra, perfettamente
adatto a lui.
E poteva illudersi, quando rimaneva immerso nella
lettura, che il tempo passasse più in fretta e che… che Seishiro tornasse.
– Prendetevi un periodo di riposto anche dallo studio,
ora – disse il padre
– Chiederò al maestro di rifornirvi di libri interessanti
con cui divagarvi durante il soggiorno a Beppu.
–
Vi ringrazio –
rispose, sinceramente grato –
E… –
la voce gli morì in gola per la paura di ciò che le sue parole avrebbero
provocato.
– Ditemi,
Subaru-kun.
– Mio… Seishiro-san
sta… sta bene?
La postura del padre s’irrigidì appena, ma cercò di non
mostrarlo –
Sì, sta bene. È molto impegnato a corte, ma vi saluta e si augura che vi
rimettiate presto.
Mi saluta, pensò
Subaru, arrossendo di gioia; anche se non gli scriveva, suo fratello si
ricordava comunque di lui –
G-grazie – sussurrò.
Sakurazuka-san osservò spaventato quella reazione
–
Riposate, ora –
disse, congedandosi.
Forse era solo una sua impressione, si disse, mentre
camminava verso i suoi appartamenti: quando un uomo ha un segreto, qualsiasi
accenno, anche il più innocente, a ciò che nasconde con tanta cura gli fa
temere che il mondo conosca tutto.
Sperò davvero che la sua fosse solo
un’impressione… Ma il destino di Subaru, comunque, doveva essere preparato:
non uno simile a quello di Seishiro, poiché gli Dei
gli avevano riservato una sorte più umile ed
oscura; ma se amava tanto lo studio, poteva pensare ad un modo per
garantirgli di continuare su quella strada.
Ci avrebbe pensato, si disse.
~ * ~
Seishiro tornò a casa due giorni dopo che Subaru e Yukiko
erano partiti per Beppu.
Il padre attendeva con ansia quel momento, non sapendo
esattamente cosa aspettarsi; quando gli fu detto che, appena smontato da
cavallo, suo figlio si era diretto verso il suo ufficio, tirò un sospiro di
sollievo, che subito si spense quando, finiti i convenevoli e giunto il
momento di congedarsi, il figlio chiese notizie del fratello.
–
Subaru-kun è a Beppu, in questo momento.
– Beppu?
–
Sì, i medici hanno consigliato di fargli trascorrere un periodo…
–
È
malato?
L’aveva chiesto con troppa foga, pensò il padre: troppa,
per un ragazzino che non vedeva più da quasi tre anni, di cui non aveva avuto che
notizie sommarie, che non aveva mai risposto alle sue lettere.
–
Sapete che la sua salute non è mai stata ottima –
tagliò corto –
Ma non temete: si ristabilirà.
–
Quando tornerà? –
chiese, con un’espressione felice, da bambino a cui è stato promesso un dono
molto a lungo desiderato.
– Non sta a me dirlo
– rispose il padre, sempre più
seccamente –
Dovreste occuparvi delle vostre nozze, piuttosto.
Seishiro fece un gesto vago con la mano, come a
significare che c’era tempo per quello.
–
Seishiro!- esclamò Sakurazuka-san – Volete capire la
fortuna che vi è stata concessa? Sposare la figlia dell’Imperatore, una dama
di somma bellezza! Dovreste esultare al pensiero di contrarre un matrimonio
così vantaggioso sotto ogni punto di vista, ed invece vi comportate in
questa maniera! – poi, accortosi di aver calcato troppo la mano, si
rasserenò –
So che non siete più un bambino, figlio mio, ma proprio per questo dovete
rendervi conto delle vostre attuali responsabilità.
– Desidero solo godere di un briciolo di libertà
– rispose Seishiro, piccato.
–
Cosa desiderate, di preciso?
– Vorrei fare un breve viaggio, dopo tanti impegni
–
provò – Potrei recarmi anch’io a Beppu
per…
–
C’è tempo! –
esclamò di nuovo il padre, accorgendosi che se non smetteva di rispondere a
quel modo a suo figlio c’era il rischio che quello sciagurato scappasse di
notte per fare il suo comodo. Sospirò e riprese con gentilezza –
Siete ancora un ragazzo, figlio mio, perciò non capite; il sogno più grande
della mia vita era vedervi come siete ora: un giovane bello, forte, stimato
da tutta la corte e con un futuro radioso davanti a sé. Concedete a questo
povero vecchio di vedervi sposato con una cerimonia degna della nostra
casata e della figlia di un Imperatore, datemi un nipote e non vi chiederò
più altro.
Seishiro non represse una smorfia –
Non chiedete certo poco.
–
Chiedo solo ciò che ogni padre desidera per un figlio –
disse, conciliante.
Il ragazzo rimase per un istante soprappensiero.
C’era tempo per rivedere Subaru, anche se gli si spezzava
il cuore quando contava i mesi trascorsi senza alcuna notizia se non quelle
del padre; ma sì, si disse, avrebbe concluso questa faccenda del matrimonio
e poi sarebbe stato in pace, libero di fare ciò che desiderava.
–
Come volete, padre.
~ * ~
Subaru raggiunse Beppu ridotto più o meno come un cencio,
prostrato dal viaggio scomodo su quelle strade dissestate; venne accolto
gentilmente nella piccola residenza e dormì quasi tre giorni di fila, con
Usagi-chan stretto contro il collo.
Yukiko vegliò affettuosamente su di lui e fu lieta di
vederlo riposare tranquillo dopo un periodo di sonno sempre agitato; erano
stati alloggiati in un piccolo gruppo di stanze che davano su un grazioso
laghetto pieno di carpe; il lato opposto della casa, invece, si affacciava
sul mare, ma bastava affacciarsi all’esterno in qualunque luogo della
residenza per sentire l’odore del mare.
Subaru avrebbe voluto recarsi subito a vederlo,
incuriosito da quell’immensa distesa di acqua che non aveva mai visto prima,
ma Yukiko pretese che si rimettesse in forze, prima; gli occorsero quasi due
settimane, trascorse tra shoji che gli davano l’impressione di stare
sott’acqua, tanto splendidi e realistici erano i dipinti di alghe, pesci e
creature, fantastiche e non, che percorrevano le pareti. Li osservava
incantato e curioso, disabituato a simili decorazioni, e si consolava del
dover rimanere in casa, felicemente immerso nella lettura degli splendidi
libri che gli erano stati donati dal padre: favole, cronache di viaggi,
storie di personaggi eroici… Leggeva tranquillo per ore, incurante del tempo
che passava, e felice di vedere come il cinese gli diveniva sempre più
familiare.
L’unica nota spinosa, dolente, era il pensiero di suo
fratello e, proprio per questo, si sforzava di non soffermarcisi mai, troppo
timoroso di non veder rispondere di nuovo alle sue lettere, troppo
terrorizzato al pensiero che… che Seishiro, la persona che più di ogni altra
aveva avuto cura di lui, l’avesse dimenticato.
Spesso si fermava a guardare l’inchiostro e la carta e si
sentiva fremere dal desiderio di scrivergli, di chiedere il perché del suo
silenzio, ma… Temeva di attendere di nuovo, invano, per giorni e giorni, una
risposta che quasi sicuramente non sarebbe arrivata.
E allora tornava ai suoi libri, ai suoi studi, arrivando
a temere il giorno in cui si sarebbe trovato davanti suo fratello,
domandandosi come e se l’avrebbe guardato, se lo avrebbe riconosciuto come
il bimbo per cui aveva avuto sempre tanta cura.
Se.
~ * ~
Seishiro era trascinato da un intreccio così fitto di
feste, impegni, doveri sociali ed amministrativi che, dopo quasi anni di
silenzio, anche se a malincuore, si stupiva poco di non ricevere risposte
alle sue lettere.
Gli sembrava strano, in effetti, ma
aveva l’impressione di non aver mai tempo di indagare in merito: come se non
bastasse, suo padre si limitava a dargli sommarie notizie su suo fratello,
sufficienti a fargli sapere che stava bene ma non altro, poiché gli veniva
ricordato, con tono di rimprovero, di avere degl’impegni, e a lui non
sembrava particolarmente decoroso lagnarsi perché non riceveva risposta da
un bimbo di quasi tredici anni.
Si riprometteva di partire appena possibile per Beppu, a
costo di chiedere licenza all’Imperatore in persona, e di raggiungere
Subaru, ma… Rimaneva un senso di amarezza che, in un certo senso, andava a
costituire l’ostacolo più difficile da superare: non era solo per le
lettere, ma per… per il tempo, forse. Suo fratello era sempre stato timido,
impacciato, ma sorrideva in modo adorabile quando veniva coccolato o
vezzeggiato: ecco, erano passati tre anni dall’ultima volta che gli aveva
parlato, che gli aveva sfiorato il viso con una carezza, e tutto ciò che un
tempo era stato quotidiano e familiare si era perduto, dandogli un
fastidioso senso di estraneità.
Se solo avesse potuto incontrarlo, probabilmente si
sarebbe risolto tutto in un sorriso ed anche quella fastidiosa sensazione si
sarebbe dissolta.
Se.
~ * ~
Passò un mese, ne passarono due: Subaru era di nuovo in
perfetta salute, capace di intraprendere il viaggio per la Capitale.
Stava tornando, e avrebbe rivisto suo fratello, e… tutta quell’angoscia, sarebbe sparita, sarebbe tornato tutto a posto, i dubbi e le
incertezze se ne sarebbero andati via.
Stava tornando a casa, da Seishiro, e non gli era mai
sembrato di poter essere così felice.
Quasi non si accorse dei disagi del viaggio, della
scomodità, della durata, e finalmente, dopo quasi tre mesi, rivide le ampie
strade fiancheggiate dai salici maestosi che segnalavano l’entrata nella
Capitale, in quel mondo brulicante di vita, mercati e voci, che gli erano
parse un ricordo così lontano da essere irreale, durante la sua lunga
degenza nell’isolata Beppu.
L’ampio arco che segnava l’entrata della residenza dei
Sakurazuka gli risultò piacevolmente rassicurante e gli parve di non aver
mai capito di aver provato attaccamento nei confronti di quel luogo.
Lui e Yukiko vennero accompagnati al piccolo edificio nel
giardino d’inverno e, dopo una buona notte di sonno, la mattina dopo, la
fanciulla gli annunciò la visita di suo padre.
Che qualcosa non andasse gli era stato chiaro da subito,
dal momento in cui Sakurazuka-san aveva varcato la soglia del suo
appartamento con Imawa-san. Non era la prima volta che incontrava quel
monaco, poiché ricordava di averlo visto più volte aggirarsi con suo padre
per la residenza. I due uomini si accomodarono cerimoniosamente davanti a
lui, e Subaru ebbe la netta e terribile sensazione di essere in trappola,
come la prima volta che aveva incontrato suo padre, nella stanza da letto di
Seishiro.
– Bentornato, Subaru-kun
– lo salutò sorridendo suo padre.
S’inchinò educatamente a lui e all’ospite, sentendo un’ansia che pensava di
non conoscere più – Questo è Imawa-san, padre superiore di un grande
monastero presso la città di Edo – il ragazzo si inchinò di nuovo, sentendo
le mani su cui si poggiava tremare come quando aveva la febbre.
Il monaco sorrise conciliante – Mi è stato più volte
parlato della vostra passione per gli studi e della vostra notevole
intelligenza, Subaru-san; poiché uno dei miei confratelli ha avuto il
piacere e l’onore si essere stato vostro tutore, e mi ha molto decantato le
vostre capacità, ho pensato che sarebbe un grande privilegio potervi
ospitare presso il nostro monastero.
Subaru guardò il padre in cerca di un punto fermo al caos
vorticoso che si dibatteva in quel momento nella sua testa, sperando di aver
frainteso, di non dover essere strappato da quel luogo che non amava
particolarmente, ma nel quale era riuscito a scavarsi una piccola nicchia
tranquilla. Quel luogo in cui c’era anche Seishiro.
Sakurazuka-san sorrise, cercando di rassicurare il figlio
spaventato – Non pensate che sarebbe una sistemazione gradevole, Subaru-san?
Potrete dedicarvi ai vostri studi senza timore d’essere interrotto e
approfondirli sotto la cura di maestri e uomini sapienti come Imawa-san.
Il ragazzo lo guardò sbiancando, intontito come dopo un
colpo, quando si avverte solo lo stordimento del momento e si sa che il
dolore acuto giungerà più tardi; sentì gli angoli degli occhi pizzicare per
il desiderio di piangere, ma si fece forza, ancora troppo scosso persino per
le lacrime.
Non è giusto,
pensò, non è giusto: voglio rivedere
Seishiro, voglio capire il perché del suo silenzio in questi tre anni!
– Non siete d’accordo, Subaru-san?
– chiese Imawa-san
perfettamente consapevole dello sconvolgimento che il ragazzo stava
provando.
A Subaru venne quasi da ridere:
Non siete d’accordo? Era come
domandare ad un pesce sul tavolo del cuoco se
non era d’accordo a venire
cucinato! Quel breve guizzo di feroce ironia gli permise di rispondere
– Come
desiderate – senza che la sua voce tremasse.
Il padre gli sorrise con gratitudine, conscio del
sacrificio che gli stava chiedendo e che mai avrebbe potuto spiegare a suo
figlio il perché di quel nuovo allontanamento; tese il braccio per
accarezzargli il viso – Siete un giovane di grande intelligenza,
Subaru-kun –
disse, una nota di colpa nella voce –
Sono orgoglioso di voi.
Certo, si disse
Subaru quando i due uomini furono usciti,
è la stessa intelligenza del coniglio
in trappola che accetta docilmente di essere sbranato dalla volpe.
Avrebbe voluto ridere, ma dalla gola non uscì alcun
suono.
~ * ~
E così era partito, sconvolto dalle ansie e dalla paura
nei confronti del futuro; non aveva visto suo fratello, e questo lo feriva
più di tutto.
L’aveva perso, si disse, aveva perduto l’occasione di
poter rivedere l’unica persona che avesse mai avuto davvero cura di lui:
aveva tentato fino all’ultimo di vederlo, ma Yukiko (che si era recata di
persona nella residenza principale a cercare il giovane signore) aveva
confermato che era a corte, dove si stavano ultimando i preparativi per le
sue nozze con Dama Kanoe, la splendida figlia dell’Imperatore.
Povera Yukiko! Aveva pianto come una bambina, nel
lasciare il signorino: Sakurazuka-san le aveva offerto di recarsi a corte,
dove avrebbe potuto entrare nel cerchio delle Dame, ma lei si era rifiutata:
figlia di una casata ridotta in miseria, sapeva che l’avrebbero attesa
innumerevoli umiliazioni, tra quelle donne eleganti e aggiornate su ogni più
piccola novità della moda. E poi, il pensiero del suo signorino, di cui si
era occupata come di un fratello minore, portato in un monastero, costretto
ad abbandonare i lussi che gli sarebbero spettati di diritto per una
decisione che non riusciva a comprendere, era troppo doloroso.
Scelse la via del monastero anche lei e promise al suo
giovane padrone che l’avrebbe sempre ricordato nelle sue preghiere e che
quei sacrifici gli avrebbero guadagnato la protezione degli dei.
Subaru non aveva pianto, ma consolato affettuosamente la
ragazza, tentando fino all’ultimo di convincerla a non compiere un passo
così arduo; le aveva voluto bene e trascorrere le ultime ore in quella casa
stretto in quell’abbraccio affettuoso gli rendeva un po’ delle coccole che
non aveva mai ottenuto da sua madre.
Alla fine era partito, poco dopo il sorgere del sole,
nascondendo Usagi-chan nelle pieghe del kimono, tenendolo stretto contro il
petto come faceva da bimbo nelle notti piene di tuoni.
Si voltò, fino a quando non uscì dal suo campo visivo,
verso la residenza dei Sakurazuka, sperando di poter vedere Seishiro.
Ma non accadde.
~ * ~
Sakurazuka-san aveva assistito a quella struggente
partenza, odiandosi per il dolore che stava dando a quel bambino ma
consapevole che era l’unico modo per salvarlo dall’orrida profezia che
pendeva su di lui come una sentenza di morte.
Sospirò al pensiero di ciò che Seishiro avrebbe fatto,
una volta scoperto che il fratellino di cui aveva tanto atteso il ritorno
era di nuovo partito, e stavolta per sempre; avrebbe sopportato anche
quello, si disse, tutto pur di non permettere che accadesse quell’abominio
che gli era stato predetto.
Tutto.
~ * ~
Seishiro tornò una settimana più tardi quando, con una
cerimonia il cui fasto avrebbe fatto invidia alle nozze di un Imperatore,
aveva condotto Dama Kanoe con sé: tutti gl’invitati e le dame che le
sarebbero state assegnate rimasero incantate dalla maestà e dalla sensualità
del suo incedere, affatto timida come ci si sarebbe aspettato da una giovane
sposa; il suo novello consorte sorrideva, orgoglioso di aver ottenuto, allo
stesso tempo, una donna tanto splendida ed un posto nella famiglia
imperiale. Eppure, un angolino del suo cuore gioiva al pensiero che il tempo
delle sue lunghe assenze da casa era finito ed ora avrebbe potuto rivedere
Subaru-chan: chissà che faccia avrebbe fatto, quando avesse saputo che era
sposato!
La casa rimase in festa per tutto il giorno e tutta la
notte, lasciando i giovani sposi in solitudine nella loro stanza mentre
gl’invitati celebravano, con danze, canti e rituali, la loro unione.
Fu solo dopo un paio di giorni che Seishiro poté recarsi
presso il piccolo edificio nel giardino d’inverno e, con sua grande
sorpresa, lo trovò vuoto.
– Padre?
– chiamò, dirigendosi verso l’appartamento nel
quale Sakurazuka-san si era ritirato, lasciando al figlio l’appartamento
principale, quello che dava sul giardino di primavera –
Padre!
– Santo Cielo, Seishiro!
– sbottò l’uomo, spalancando lo shoji della sua stanza
–
Quando imparerete? Vi sembra il modo di entrare nelle stanze di vostro
padre? Ormai siete…
–
Dov’è mio fratello?
Gli sembrava di rivedere la stessa scena di qualche anno
prima, notò con preoccupazione Sakurazuka-san, e, per la prima volta dalla
partenza di Subaru, seppe di aver fatto la cosa giusta.
–
Entrate.
Il figlio obbedì ed il padre ne rimirò per un istante la
figura alta ed orgogliosa che prendeva rigidamente posto su un cuscino; si
sedette di fronte a lui, chiedendo ad un servitore di portare del tè.
Seishiro attese con evidente impazienza che suo padre
parlasse, ma l’uomo temporeggiava, decidendosi ad aprir bocca solo quando il
domestico fu uscito, lasciando le tazze davanti a loro.
–
Dunque? –
chiese, ignorando il tè.
–
Vostro fratello è partito per Edo –
rispose il padre, sorseggiando lentamente la bevanda.
–
È straordinario
– commentò il figlio
– Non solo il suo
tempismo, ma il fatto che la salute di Subaru-chan sia migliorata al punto
da consentirgli di viaggiare così spesso.
–
Sakurazuka-san ignorò quel palese sarcasmo
–
Subaru-kun non è più un bambino.
–
Probabilmente non ne sono cosciente perché non lo vedo da tre anni.
–
Volete imputarmene la responsabilità? –
chiese il padre, velatamente in ansia.
Seishiro si morse un labbro, piccato –
A cosa di deve la sua partenza, stavolta? È di nuovo malato?
–
No, gode di buona salute –
rispose l’uomo, fissandolo dritto negli occhi –
Ha semplicemente scelto di prendere i voti.
Al figlio parve, di colpo, di aver udito pronunciare
quelle parole in una lingua sconosciuta – Come?
– chiese, quasi senza fiato.
–
Desidera proseguire gli studi ed approfondirli –
spiegò –
Per questo l’ho inviato a Edo, affinché possa divenire un monaco.
– Ma è solo un bambino!
– esclamò Seishiro, sconvolto
–
Non può prendere i voti! Perché non gli avete semplicemente affidato un
maestro migliore?
– Non è più un bambino, Seishiro-san - ripeté
Sakurazuka-san - Ha ormai tredici anni ed era tempo di pensare al suo
futuro. Cosa pensate di saperne, voi – aggiunse, ben sapendo che le sue
parole avrebbero crudelmente colpito nel segno –
Che non lo vedete da anni? Credetemi, ho fatto solo quanto era più salutare
per vostro fratello.
Seishiro non riuscì a rispondere: era vero, in fondo, non
vedeva né sentiva Subaru da tre anni, e quel periodo così breve era
più che sufficiente a rendere un bimbo un giovane uomo; si chiese se il
cucciolo simile ad un gattino di cui si era preso cura sin dal primo giorno,
quando lo aveva raccolto da sotto l’engawa, esistesse ancora o fosse solo un
lontano ricordo che, ora, non viveva più nei gesti dell’adolescente che suo
fratello era diventato, una persona che gli era sconosciuta.
Sentì che il tempo era andato troppo avanti e lui era
rimasto indietro, come se fosse stato sbalzato da cavallo, e Subaru-chan,
senza che se ne fosse reso conto, era diventato… un estraneo.
– Avete capito, Seishiro-san?
– chiese suo padre,
ridestandolo dai suoi pensieri.
– Sì... padre.