The beginning ~ Capitolo VII


(BDT Seishiro/Subaru, prompt 030. Morte)

 

A Edo, intanto, Subaru si era adattato alla vita del monastero.
Certo, probabilmente questo era dovuto anche al trattamento di favore di cui godeva; come figlio, seppur illegittimo, di una famiglia aristocratica, gli venivano concessi piccoli agi, atti più ad un semplice studente, che ad un novizio: i suoi capelli non erano stati rasati ma semplicemente tagliati corti, in una foggia piuttosto severa, e gli venivano risparmiati, per la sua salute delicata, i digiuni e le veglie di preghiera più dure; la sua cella era ben più comoda e confortevole di quelle degli altri novizi, ufficialmente a causa della sua salute che sarebbe stata a rischio, se fosse stato esposto all’umidità ed al freddo.
Gli veniva concesso di studiare quando ne aveva voglia, dedicandosi ai numerosissimi testi conservati nel monastero, su cui veniva poi erudito personalmente da Imawa-san: il monaco aveva preso in gran simpatia quel ragazzo dall’intelletto brillante destinato a rimanere nell’ombra, e gli consentiva dunque liberamente studi e letture. Subaru se ne rimaneva nella sua cella senza farsi sentire, sempre chino sui libri (tanto che sovente era Imawa-san a spronarlo ad uscire ogni tanto dalle mura del convento per prendere una boccata d’aria nelle giornate limpide) e rispettava scrupolosamente le regole del monastero, abituato, in fondo, a vivere in una specie di eterno ritiro.
Ogni tanto guardava i fogli che teneva nel piccolo tavolo per la scrittura della sua stanza e si sentiva prudere le mani dal desiderio di… scrivergli, di sentire se Seishiro si ricordava ancora di lui, della sua esistenza; se lo disprezzava, se lo pensava ogni tanto, se si ricordava di avergli voluto bene; ma poi faceva il conto del tempo trascorso dall’ultima volta che si erano visti e tutto gli sembrava così lontano da non voler provare neppure a sfiorare la carta: prendeva i suoi ricordi nella piccola casa del giardino d’inverno e li spostava in un angolo sempre più nascosto del suo cuore, osando rispolverarli solo per qualche istante quando giaceva nel letto la sera, per calmare un po’ il cuore in tumulto per il buio, accoccolandosi Usagi-chan contro la gola e immaginando di trovarsi ancora a Heian.
Poi il sonno arrivava a portar via tutto, e i pensieri tornavano al loro posto, accucciati in silenzio, in attesa di essere sfiorati di nuovo. 

~ * ~

Fu in una di quelle giornate di studio pressoché sereno che giunse il messaggero.
Imawa-san lo chiamò un giorno di primavera; tra le alture dov’era stato edificato il tempio la temperatura era ancora fredda ma, nelle zone più a valle, i boccioli dei ciliegi erano già sul punto di schiudersi. Subaru entrò nella stanza dell’anziano monaco e si sedette docilmente sui tatami, osservando la vista dei monti incappucciati di nebbia che si aprivano tra gli shoji spalancati dove sedeva l’uomo.
– Come state, Subaru-san?
– Bene, Imawa-san.
– Sono anni che siete qui, ormai- rispose il monaco sedendosi finalmente davanti a lui – Cinque anni non sono molti, ma, nell’età in cui siete, rappresentano lo scarto tra l’infanzia e l’età adulta.
– Sì, Imawa-san – rispose il ragazzo, non riuscendo a capire dove sarebbe andata a finire quella discussione.
L’anziano monaco sospirò – Oggi è arrivato un messaggero da Heian: recava una lettera di vostro padre.
Subaru trasalì, stupendosi che quel nome potesse fargli ancora quell’effetto dopo tanti anni; per un istante smise quasi di respirare, terrorizzato al pensiero che potesse esser capitato qualcosa di brutto a suo fratello. Respinse con forza il pensiero: dubitava che suo padre si sarebbe ricordato di lui, in una situazione di simile – Cosa dice? – sussurrò.
– Non posso dirvelo – rispose il monaco – Vostro padre desidera parlarvi personalmente.
– Verrà qui? – chiese il ragazzo sorpreso.
– No, mi ha chiesto di darvi licenza di lasciare il tempio per qualche tempo e recarvi a Heian.
– Torno… a Heian?
– Solo per qualche tempo – rispose l’uomo – Pensavo l’idea vi avrebbe reso felice.
Subaru chinò il capo: come spiegarsi? Le ansie, la paura, la soggezione per suo padre e l’imbarazzo di tornare dopo tanto tempo tra quelle mura… Non osò pensare che avrebbe rivisto Seishiro: si rese conto con orrore che non avrebbe saputo cosa dire, come comportarsi; non era più un bimbo che poteva essere coccolato e vezzeggiato, era un giovane uomo che non aveva nulla a che vedere con lui.
Mentre tornava alla sua stanza per racimolare quel poco che gli sarebbe occorso per il viaggio, pensò che sarebbe stato meglio, molto meglio, che suo padre avesse dimenticato la sua esistenza e l’avesse lasciato lì una volta per sempre. 

~ * ~

Man mano che si avvicinavano alla Capitale, Subaru iniziò a scorgere le chiome rosate dei ciliegi; Yoshida-san, il monaco che lo accompagnava, gli spiegò che doveva trattarsi degli alberi che si trovavano nei giardini delle residenze nobiliari e che tra di essi c’erano anche quelli della famiglia Sakurazuka.
Gli sembrava che Seishiro, durante la prima stagione della fioritura che aveva trascorso nella casa di suo padre, gli avesse spiegato che i sakura del loro giardino di primavera erano i più belli di tutta Heian ed una sorta di tesoro della famiglia, poiché la tradizione voleva fossero un dono di un antenato dell’imperatore Kigai – C’è chi dice addirittura che il nostro nome provenga da lì – aveva spiegato.
Era un tempo così lontano da sembrargli irreale, pensò. Il cavallo era stanco e così anche lui, ma il pensiero che il luogo del ristoro sarebbe stato la casa di suo padre lo angosciava ancor più della fatica.
– Manca ancora molto, Yoshida-san?
– I cavalli sono stanchi, ma nel giro di poche ore dovremmo essere a destinazione. Vedete? Iniziano già ad intravedersi le porte di accesso della Capitale.
Subaru sospirò appena e si concentrò sulla natura che fioriva là attorno, così colorata e rigogliosa, a differenza di quella austera che circondava il monastero: la ricordava a stento, ma quei colori e quei profumi si facevano strada con prepotenza nella sua memoria, costringendolo a richiamare alla mente le primavere della sua infanzia; non poteva muoversi dal giardino d’inverno, certo, ma Seishiro, quando Sakurazuka-san non era a casa, lo portava nel parco di primavera, dove, da generazioni, si trovava, immerso nel candore dei ciliegi, l’appartamento privato del capofamiglia. Lo lasciava scorrazzare sotto le fronde cariche dei sakura, che spruzzavano petali ad ogni alito di vento, come una nevicata soffice e profumata, e a volte si fermavano lì per fare merenda, divertiti ogni volta che un petalo finiva sulla superficie verde scuro del loro tè.
Credeva di aver dimenticato tutte quelle cose, ma la vista dei ciliegi gliele riportava alla mente con tale intensità da non accorgersi che avevano già superato le porte della città e che erano ormai vicini alla residenza dei Sakurazuka. 

~ * ~

L’atrio dell’entrata principale gli evocava pessimi ricordi, malgrado ricordasse solo un grande acquazzone e la paura che gli rendeva molli le gambe; un servitore venne a prendere i cavalli e li guidò fino ad un piccolo gruppo di stanze riservate agli ospiti, dove fu servito loro da mangiare e vennero invitati a fare un bagno.
Yoshida-san, a cui il Padre superiore aveva detto di lasciar andare da solo il suo protetto nelle stanze di Sakurazuka-san, decise di riposare un po’ le ossa indolenzite dai giorni di marcia, lasciando Subaru a tormentare nervosamente il bordo del suo saio.
– Il padrone vi attende, giovane signore – lo interruppe un servitore.
Il ragazzo si disse che tanto valeva recarsi immediatamente da suo padre e porre fine a quel tormento – Vi seguo – rispose alzandosi. Man mano che attraversava i lunghi corridoi, si rese conto di non riconoscere nulla e questo, se possibile, aumentò il suo nervosismo.
– È qui – annunciò il domestico, fermandosi con un inchino davanti ad una grande porta.
Una voce che credeva di aver dimenticato risuonò da dietro gli shoji e, prima che potesse prepararsi in qualche modo, si trovò davanti suo padre. 

~ * ~

Era… bizzarro; ricordava suo padre altissimo, come una montagna o una statua imponente, e invece ora si trovava davanti ad un uomo col volto segnato dalle rughe, un po’ curvo nel suo kimono scuro, ma dallo sguardo non meno lucido di una volta.
– Sedete, Subaru-san – lo invitò gentilmente con un cenno della mano; s’inginocchiò elegantemente, nascondendo, se vi erano, gli acciacchi dell’età, e gli versò il tè.
Il ragazzo prese posto sul largo cuscino ricamato e lo guardò di sottecchi, scrutandone il viso da sopra il fumo che si alzava dalle tazze: quell’uomo gli aveva sempre provocato ansia e paura, malgrado non avesse mai neppure alzato la voce con lui; semplicemente, quel volto serio era più d’una volta stato foriero di notizie e cambiamenti tutt’altro che graditi, e anche ora che aveva diciotto anni non poteva trattenersi dal sentire un leggero tremore, un brivido alla base della schiena.
– Siete cresciuto molto – commentò il padre – Vi ho lasciato che eravate un bambino e vi rivedo uomo.
Subaru chinò il viso, sorridendo imbarazzato a quelle parole – Sono lieto di vedervi in salute, signore.
Il padre lo guardò con un sorriso triste sulle labbra: nonostante tutto, la profezia, la sua nascita, i trascorsi spiacevoli, non poteva non voler bene a quel ragazzo; non somigliava a Seishiro, anzi, quel carattere così docile e remissivo, che gli smuoveva sempre un istinto di tenerezza, non aveva niente a che vedere con l’indole decisa e sarcastica del suo primogenito. Non riusciva a non sentirsi in colpa per quella vita oscura e probabilmente infelice a cui lo aveva condannato; si era spesso rimproverato per quella relazione con la Dama di Edo, ma… era lontano dalla Capitale, tanto che gli sembrava di vivere in un altro mondo, distante persino dal suo destino; se solo Subaru fosse nato lì, durante la sua permanenza, e non dopo! Se avesse avuto la possibilità di vederselo zampettare intorno, sentirsi tirare la veste per attirare la sua attenzione, pretendere attenzioni con adorabile testardaggine, com’era capitato con Seishiro, forse…
Sospirò. Era crudele, quel destino, che lo costringeva a dar sempre notizie dolorose a quel ragazzo così buono, che avrebbe potuto causargli innumerevoli fastidi, ma che invece sembrava vivere volontariamente negli angoli, in ombra, per non infastidire nessuno, lui per primo.
Parlarono a lungo, per la prima volta nella loro vita, probabilmente, poiché se la vita in monastero era parca di accadimenti, così non erano le letture di Subaru; fu solo quando non riuscì più a rimandare che spiegò il motivo di quella chiamata.
– Certo, avrei potuto scrivervi, oppure farvi parlare da Imawa-san, ma… sono pur sempre vostro padre, e desideravo che foste qui, nella casa della nostra famiglia, in un momento così delicato – fece scivolare lentamente una missiva verso di lui – Ho ricevuto questa lettera dalla Badessa del tempio di Edo, dove siete cresciuto, qualche giorno fa.
E Subaru lo seppe prima ancora di leggerlo. 

~ * ~

Era strano soffrire così, si disse.
Sua madre non aveva mai avuto un gesto affettuoso per lui, né si era preoccupata di avere un qualche peso nella vita di suo figlio; erano ormai tredici anni che non aveva sue notizie, e non si era mai illuso di poterne ricevere.
Eppure…
Forse era così che funzionava, si disse, l’amore: non c’era bisogno che l’oggetto del nostro sentimento lo ricambiasse, né che si mostrasse gentile; esisteva indipendentemente da tutto, e non ci si poteva fare nulla. E forse per questo, per tutti quegli anni, aveva continuato a covare la speranza che tutto sarebbe cambiato, che un giorno, anche una volta sola, l’avrebbe accettato, che… che l’avrebbe stretto tra le braccia.
E invece le sue braccia erano vuote, e gli sembrava di capire appieno solo in quel momento quanto tutto ciò fosse triste; era uscito per il giardino e aveva continuato a camminare nella penombra, finché non era giunto lì, perdendosi in quella casa che non aveva mai conosciuto davvero. Rimase sbigottito, così tanto che per un istante il suo cuore aveva smesso di battere e di soffrire: era nel giardino di primavera della residenza e mai, in tutta la sua vita, aveva immaginato che potesse esistere un luogo così straordinario. Certo, in passato vi era stato durante il giorno, ma quei ricordi impallidivano, davanti allo spettacolo che si palesava ora ai suoi occhi.
La luce della luna e quelle della casa erano sufficienti per far brillare, di un bianco così intenso da abbagliare, le chiome delle decine e decine di ciliegi: le fronde cariche di fiori, come fossero piene di neve, erano uno spettacolo così abbacinante da fargli dimenticare se stesso. Ogni tanto un petalo si staccava dalle fronde e danzava delicato a terra, rilucendo quasi nel buio, scendendo nel silenzio come fosse neve.
Subaru rimase immobile tra quegli alberi, lo sguardo verso le chiome pallide e le guance sulle quali brillavano le scie umide delle lacrime.
Fu così che Seishiro lo vide.
Sembrava uno dei giovani che attorniano la principessa Kaguya nelle favole e nei dipinti, lo sguardo addolorato come se guardasse la luna sapendo di non potervi fare ritorno.
Non aveva mai visto niente di così bello.
E quella scena, quel volto che emergeva dalle ombre con il suo pallore, si impressero nel suo cuore e nella sua memoria leggeri come neve, scendendovi piano e senza far rumore, come la memoria di un sogno irripetibile.
Ma quel sogno sembrava invece straordinariamente reale.
– Chi siete? – domandò il giovane, voltandosi di scatto verso di lui.
A Seishiro parve di riconoscere un bagliore color smeraldo, nei suoi occhi, e rimase a fissarlo sconvolto – Subaru?
La ricordava, quella voce. Erano trascorsi anni dall’ultima volta che l’aveva udita, ma aveva un suono che non avrebbe mai potuto cancellare dalle sue orecchie, neppure se fossero passati cento anni – Seishiro… -san?
L’uomo balzò giù dai gradini dell’engawa, andandogli incontro e afferrandogli gentilmente una manica per avvicinarlo alle luci – Non posso crederci… Sei proprio tu?
Era assurdo, si disse Subaru. Sogni una cosa per tanto tempo e poi, quando si realizza, capita sempre nel momento più sbagliato o più assurdo; le lacrime che la sorpresa aveva trattenuto fino a quel momento scesero giù dalle sue guance e suo fratello gliele asciugò gentilmente con una manica – Che succede?
– Mia madre… – riuscì a biascicare, tentando di asciugarsi gli occhi. Era una scena assurdamente simile ad altre di quel passato che credeva svanito, e che non poteva che sembrargli più irreale, davanti a quell’uomo che manteneva poco del ragazzo che lo aveva consolato tante volte.
Seishiro lo tirò gentilmente dietro di sé, portandolo in casa; sentirono un servitore chiamarlo, e il fratello maggiore gli sussurrò di fingere di non averlo visto – Nostro padre crede che sia ancora a corte; ero rimasto bloccato lì, ma volevo tornare a casa e ho fatto un giro più lungo. Non dirgli che sono qui, si preoccuperebbe inutilmente.
– Preoccuperebbe? – chiese Subaru, tirando su col naso.
– Subaru-sama? Subaru-sama?
Il ragazzo si affacciò sull’engawa, asciugandosi gli occhi alla bell’e meglio – Sono qui.
– Oh, meno male – rispose il servitore, avvicinandosi – Vostro padre era in ansia, temeva vi foste perso. Vi abbiamo preparato una stanza per la notte, se desiderate seguirmi.
– Dove?
– Nel padiglione che c’è nel giardino d’inverno.
A Subaru sfuggì un sorriso: non capiva se quello fosse un desiderio di emarginarlo, o di farlo dormire nell’unica casa che avesse mai avuto, ma ne era sollevato lo stesso – Vengo.
Si voltò vero il fratello, che gli fece cenno di andare, e lui, troppo intontito dalla stanchezza e dalla sofferenza, obbedì docilmente.

 

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