The beginning ~ Capitolo VIII
(BDT Seishiro/Subaru, prompt 023.
Amanti)
Il servitore era appena andato via con il
vassoio pieno della cena che Subaru non era riuscito neppure a toccare; Yoshida-san
era stato alloggiato in una delle stanze del padiglione, un po’ distante
dalla sua per permettergli di riposare nel massimo silenzio possibile in una
residenza tanto grande.
Subaru se ne stava seduto su quel futon sul quale era certo che non avrebbe
chiuso occhio e si guardò intorno, infastidito persino dalla luce delle
lampade, sfregando le palpebre gonfie. Un lieve ticchettare sulle imposte lo
fece voltare verso l’entrata che dava sul giardino – Chi è?
– Posso?
– Seishiro-san? – si avvicinò per aprire, ma gli shoji si spalancarono
lievemente davanti a lui, rivelando la figura del fratello, per la prima
volta illuminata dalla luce; non era cambiato più di tanto, notò: era
diventato ancora più alto, le spalle si erano fatte più larghe, ma il viso
era rimasto pressoché lo stesso. O forse era il modo in cui sorrideva a
dargli quell’impressione – Cosa ci fai qui? Dev’essere tardi…
– Non mi andava di lasciarti da solo – rispose Seishiro, richiudendo per
bene le imposte e cercando dove sedersi – Come ti senti?
Subaru si strinse nelle spalle, imbarazzato.
Era una sensazione strana: erano loro, eppure non lo erano. Lui non era più
un bimbo e suo fratello neppure: era come se i ricordi del loro breve
passato insieme fossero appartenuti ad un tempo completamente slegato da
quello che vivevano adesso; erano come due estranei che, per caso, avevano
giocato insieme da bambini, perdendosi poi di vista per anni. Era un
pensiero triste, si disse.
Eppure rimasero tutta la notte a parlare, impacciati, poi via via più
sciolti, come due viandanti che, incontrandosi nella stessa locanda, si
scoprivano avere gusti e conoscenze in comune; il passato era in una scatola
preziosa ma chiusa, e a loro rimaneva solo un presente in cui ricominciare
da zero, come se non si fossero mai visti prima.
Subaru si svegliò la mattina dopo avvolto nelle coperte, intontito e con gli
occhi brucianti; si guardò attorno e vide Seishiro sonnecchiare avvolto in
un mantello, seduto poco più in là – Sei rimasto qui – disse. Non aveva ben
capito perché non volesse dire a Sakurazuka-san che era in casa, ma pensò
che non fossero affari suoi e non voleva infastidirlo in alcun modo.
Il maggiore, invece, sapeva benissimo il perché: suo padre era sempre stato
fermamente intenzionato ad allontanarli il più possibile e questo, oltre ad
averlo sempre irritato, gli era sempre riuscito incomprensibile; si trovava
bene con Subaru, che male c’era a passare del tempo lì con lui? Non riusciva
a vederlo né a sentirlo in alcun modo parente di quel bambino che ricordava
con tanto affetto nella sua adolescenza, e gli riusciva strano persino
pensarlo suo fratello. Non aveva molto di diverso dai giovani aristocratici
che popolavano la corte, forse solo una maggiore eleganza e cultura, che lo
rendevano una compagnia piacevole.
Nient’altro: che male c’era?
Non aveva potuto rientrare né nei suoi appartamenti, né in quelli della
moglie: si era fatto informare da Kiyu sulla salute dei suoi bambini e aveva
pensato di rimanere lì, nascosto, sicuro che nessuno avrebbe pensato di
cercarlo nelle stanze di Subaru. Dormire in quella maniera, però, era
terribilmente scomodo, e non aveva quasi chiuso occhio.
Il ragazzo si alzò dal letto e abbozzò un sorriso – Aspetta – tirò un grande
paravento in modo da coprire un ampio angolo della stanza e cercò
nell’armadio un altro futon – Non ce n'è un altro...
– Non preoccuparti – rispose Seishiro – Questo andrà più che bene – rispose
accomodandosi dietro la tenda.
– Sei proprio determinato a nasconderti? – chiese Subaru, fregandosi gli
occhi ancora gonfi.
– Ti dispiace? Posso trovare un altro posto, se ti arreco disturbo.
– Non intendevo questo! – rispose agitato il ragazzo – È che non si tratta
di una sistemazione comoda, non trovi? Però – aggiunse, imbarazzato – A me
non dispiace.
Un lieve fruscio arrivò da dietro le imposte – Subaru-sama? È già sveglio?
Seishiro gli fece cenno di fingere che lui non ci fosse e Subaru lasciò
entrare il domestico, seguito da un altro servitore che portava la colazione
– Aspettate – disse, rivolto all’uomo che stava spostando il suo futon –
Limitatevi a riordinarlo, per favore, desidero dormire ancora un po’.
– Sì, signore.
Quando tutti se ne furono andati, crollò a sedere con un sospiro davanti al
vassoio – Prendi tu la colazione, io non ho fame…
– Hai detto che già ieri sera non hai mangiato nulla – lo rimproverò
Seishiro – Dopo un viaggio così lungo, non puoi metterti a digiunare.
– La sola vista del cibo mi nausea – rispose il ragazzo – Vorrei solo
dormire – bisbigliò passandosi una mano tra i capelli.
Il maggiore sorrise, conciliante – Dormi, allora.
– Non ci riuscirei.
Seishiro sorrise – Non sei cambiato per niente.
~*~
Passò una settimana, ne passarono due.
Seishiro smise di giocare a nascondino con suo padre e si avvide immediatamente
del cambio d’umore dell’uomo nel sapere entrambi i suoi figli sotto lo stesso
tetto.
– Siete un uomo bizzarro, padre – commentò un pomeriggio, mentre prendevano il
tè insieme – Avete i vostri figli qui, dopo tanti anni, e sembrate sul punto di
mettere il lutto!
Sakurazuka-san sospirò e non raccolse la provocazione – Non durerà a lungo,
comunque; Subaru ripartirà tra qualche giorno.
– Perché mai? – chiese Seishiro – Credo sia un ragazzo che non potrebbe darvi
che soddisfazione, se lo teneste qui.
L’uomo lo fulminò con lo sguardo, ma tacque – Vostro fratello deve prendere i
voti; perché mai avrebbe studiato tanti anni, altrimenti?
– Ma non li ha ancora presi, e non ha neppure vent’anni: non ci sarebbe nulla di
strano se…
– Silenzio!
Seishiro vide chiaramente la rabbia che affannava il respiro del padre – Non
sono più un ragazzo, padre. Se avete delle motivazioni, siete pregato di
rendermi partecipe.
– Sarete anche un uomo, ma io resto vostro padre – rispose secco Sakurazuka – Ed
ora vi invito a ritirarvi.
Il figlio, seccato, non poté che obbedire.
~*~
–
Subaru?
– Sì?
Seishiro sedeva placido sul ballatoio appena fuori dalla stanza del fratello –
Sei davvero determinato a prendere i voti?
Il ragazzo sussultò, sorpreso – Che domanda è questa? Sono entrato nel tempio
con questo scopo, no?
– Ma eri un bambino – protestò il fratello – Adesso puoi esprimere la tua
opinione su questa faccenda, soprattutto perché riguarda la tua vita.
Subaru sorrise e continuò a giocherellare con la sua tazza di tè – Perché queste
domande?
Lo irritava quel discorso, per il semplice motivo che non sapeva cosa rispondere
e non ne vedeva neppure l’utilità: non sentiva di avere la vocazione di un
religioso, ma cos’altro avrebbe mai potuto fare della sua vita? Non si cambia la
propria sorte così, da un minuto all’altro, e la sola persona che aveva il
potere di farlo, suo padre, sembrava ben lontano anche solo dal pensarlo; perché
suo fratello doveva tediarlo con un discorso così sterile?
Seishiro si strinse nelle spalle, senza guardarlo – Non sarebbe sgradevole se tu
rimanessi qui: è anche casa tua, questa.
L’irritazione di Subaru si acuì di colpo. Avrebbe voluto dirgli Ah, adesso
ricordi che questa è casa mia? Che questa è la mia famiglia? E dov’è stata la
mia famiglia in questi anni? Ho ricevuto più notizie da nostro padre che da te!
Ma non lo disse, limitandosi a stringere le labbra.
– D’accordo, ho capito – concluse Seishiro, posando la sua tazza – Del resto, se
non ti sei fatto vivo negli ultimi anni, è perché evidentemente non consideri
questa la tua casa.
Subaru si voltò di scatto, piccato: anche quest’accusa, adesso?!
– Mi consta che, dal giorno in cui hai messo piede a corte per la prima volta –
disse, cercando di mantenere calmo il suo tono – Tu non ti sia più fatto
vivo.
– Io? – chiese Seishiro, guardandolo con un sorriso ironico – Ti scrivevo almeno
un paio di volte al mese.
– Che assurdità dici? – Subaru avvertì distintamente la rabbia sfumare davanti
alla sorpresa – Io ti ho sempre scritto.
Si guardavano, adesso, allibiti ed increduli – Questo quando?
Il più giovane allargò le braccia – Dai primi giorni: affidavo le lettere a
Yukiko, che le consegnava a Kiyu-san; ne sono certo, perché le chiedevo conferma
ogni volta.
– È a lui che chiedevo di portarti le mie – rispose Seishiro. Assurdo: Kiyu era
stato suo fedelissimo scudiero sin dall’infanzia, e mai gli sarebbe
venuta un’idea folle come quella di interferire con i suoi scambi epistolari,
soprattutto perché era a lui che aveva sempre reso conto delle sue azioni.
A lui soltanto.
E a suo padre.
~*~
Non
disse nulla a Sakurazuka-san: Subaru lo aveva pregato di evitare una lite
inutile, dopo così tanto tempo, e lui aveva ceduto, ripromettendosi di chiarire
le cose non appena fosse rimasto solo con suo padre; lo fece anche perché, dopo
questa bizzarra scoperta, la leggera tensione e diffidenza che aveva permeato i
rapporti con suo fratello fino a quel momento era svanita.
Non era cambiata la strana sensazione che il loro passato comune fosse
appartenuto ad un’altra vita, ma ora erano più… complici, più vicini; ed
avvertiva un turbamento strano gravargli sul cuore, una sensazione a cui non
sapeva dare nome. Era come se sovrapporre l’immagine di Subaru con quella del
ragazzo che aveva incontrato una notte di due settimane prima gli riuscisse
difficile, come se le due immagini non combaciassero.
Come se quel giovane e la parola fratello non combaciassero.
Era una sensazione, se solo ne avesse parlato, non dissimile da quella che
Subaru provava; Seishiro aveva sempre avuto un ascendente particolare su di lui:
non era qualcosa che aveva a che fare con la sua indole, né con il suo aspetto
fisico, o con il suo modo di tenere in piedi una conversazione oscillando sempre
pericolosamente sul filo dell’ironia; anzi, era qualcosa che aveva a che fare
con tutto questo, e con il modo gentile con cui gli si rivolgeva.
Era una sensazione… calda. Come quando, dopo una veglia di preghiera, tornava
intirizzito dal freddo nella sua stanza e si immergeva in una vasca di acqua
bollente: la pelle formicolava, un brivido strano e piacevole, e si accorgeva
sempre più di non riuscire a guardare suo fratello negli occhi. Somigliava tanto
al giovane che aveva avuto cura di lui durante l’infanzia, ma la sua presenza
era diversa, era… era qualcosa che non aveva mai sperimentato, prima. Sapeva
solo che, se da bambino smaniava felice per una carezza, un abbraccio, adesso la
sola idea del minimo contatto fisico lo terrorizzava.
O forse no. E questo pensiero lo spaventava ancor di più.
~*~
Una
settimana ancora, e i ciliegi erano in fiore fuori dalla stanza in cui Seishiro
si era trasferito già da anni; pallidi e iridescenti, di una bellezza
straordinaria.
Ricordava una vecchia favola, narratagli dalla sua balia, secondo la quale i
ciliegi in fiore, quando erano in grande numero, avevano un potere sinistro,
capace di confondere la mente degli uomini; non sapeva perché avesse ripescato
quel ricordo dalla sua mente proprio quel giorno, quando aveva convinto suo
fratello ad ammirare l’incantevole fioritura nel suo giardino.
Avrebbe dovuto tornare al tramonto, e invece fu trattenuto ben più a lungo,
tanto che era ormai notte, quando fece ritorno alla residenza di famiglia;
pensava che Subaru fosse ormai da un pezzo seduto davanti alla sua cena, e gettò
solo uno sguardo fuori dalle imposte aperte, pensando che avrebbe dovuto
scusarsi per un simile ritardo.
E invece, nella cornice lattea degli shoji, rivide quella scena.
Era suo fratello, si disse, eppure non riusciva a comprendere dove e quando,
dentro di lui, quel legame si fosse teso, sfilacciato fino a disperdersi negli
anni; tutto ciò che riusciva a capire, in quel momento, era che niente, in tutta
la sua vita, gli era parso bello come quel ragazzo vestito di blu, che quasi
spariva nel buio della notte, sotto i ciliegi.
Non era umano, si disse: scese dall’engawa e si avvicinò a Subaru, notando come
il pallore delle mani e del viso che sbucavano dal kimono scuro, quasi nero, non
avessero nulla da invidiare alle chiome immacolate che oscillavano nel cielo
nero sopra la sua testa.
– Sei qui – disse.
Il ragazzo si voltò di scatto verso di lui – Sei… sei tornato.
La notte era umida, anche se non fredda, eppure a Subaru parve di avere il viso
in fiamme.
– Sei rimasto qui tutto il tempo?
Il più giovane si strinse nelle spalle – Tardavi, e questi ciliegi sono così
belli che… Non mi sono accorto di aver aspettato tanto – non riusciva a
guardarlo, perciò continuò a tenere il viso sollevato verso le fronde pallide, quasi iridescenti nel
buio – Si perde il senso della realtà, a guardarli.
– Sì – rispose Seishiro; era l’effetto dei ciliegi in fiore e della notte, si
disse, eppure avrebbe giurato di trovarsi in una specie di sogno, o davanti ad
una di quelle creature leggendarie provenienti dalla Luna, che si mostravano
agli uomini per brevi istanti, per poi sparire nel cielo. In fondo, anche
Subaru gli era sempre sfuggito, pensò sorridendo. Non voleva che succedesse
ancora, e in quel momento gli sembrava fatto di petali di ciliegio anche lui,
sul punto di dissolversi alla prima folata di vento.
Tese la mano e gli afferrò il polso senza quasi accorgersene.
Il ragazzo si voltò verso di lui, spaesato.
Perché?,
si chiese Subaru, senza osare muovere il braccio; gli sembrava di avvertire uno
strano formicolio, là dove le dita di suo fratello si posavano contro la sua
pelle, una sensazione di disagio e piacere allo stesso tempo. Sentiva che c’era
qualcosa di strano in quella situazione, ma la sua mente era come piacevolmente
anestetizzata, e riusciva solo a pensare al fatto che il palmo di Seishiro fosse
tanto più caldo di lui, tanto che sentiva come se la sua pelle fosse più
sensibile, là dove veniva toccata.
Il fratello lo guardò e gli sfuggì un
sorriso nel sentire la consistenza del polso che stringeva – Sei di carne come
tutti gli uomini, allora.
Subaru sollevò gli occhi verso di lui – non se ne accorgeva, ma brillavano come
quelli di un gatto nel buio, e sorrise.
E Seishiro lo baciò,
delicatamente, come vento caldo sulle labbra, e lui non si mosse, piegando
docilmente il capo all’indietro.