da solo nel buio ~ capitolo I

 

BDT Seishiro/Subaru, 077. Cosa?

Non è che Fuma avesse avuto una pessima giornata.
Si era semplicemente svegliato in ritardo, aveva preso una storta nel correre verso l’Istituto Clamp, era stato messo in punizione dal professore della prima ora, si era accorto di aver dimenticato il pranzo, aveva avuto un compito di matematica a sorpresa, il professore di inglese aveva ben pensato di non possedere un numero sufficiente di voti per stilare la sua pagella e, come se non bastasse, Kamui era venuto da lui, con i suoi occhioni da Bambi, a lamentare il fatto che
Fuma, sei davvero troppo nevrotico, negli ultimi tempi!
Mah.
Aveva sperato che lo sfacelo fosse giunto
almeno ad una tregua quando riuscì ad accaparrarsi qualcosa per pranzo alla mensa; lo credette meno quando, come dicevo prima, si ritrovò davanti un Bambi dagli occhi viola e luccicosi che aveva bisogno di parlare.
Fuma detestava parlare con Kamui quando Kamui aveva quella faccia.
Soprattutto se, oltre a quello, aveva fame ed una giornata schifosissima alle spalle.
– Di cosa dovresti parlarmi, Kamui?
E Shiro, rendendo i suoi già larghi occhi due pozze di lacrime – Sei davvero troppo, troppo nevrotico, negli ultimi tempi!
Ecco, sentirsi dire una cosa del genere da un nanerottolo che viveva con cisterne di lacrime in tasca, era la ciliegina sulla torta.
E non specifichiamo di che materiale fosse la torta, quel giorno.
Dunque, tenendo stretto il suo panino, iniziò a cercare un posto dove mangiare in santa pace, tallonato da un ancora frignante Kamui; magari, visto il bel tempo, poteva andare all’aperto…
Era assurda la vastità di quell’Istituto, si disse: ovunque volgesse lo sguardo c’erano alberi, prati, edifici e persone, sia studenti che personale addetto al mantenimento di quella colossale struttura; cercò con lo sguardo un posticino appartato che non fosse gremito di gente, e credette di averlo trovato in fondo ad un ampio cortile. Si trattava di un grande edificio in vetro (una serra, si disse poi osservandola meglio), e, a differenza del resto dell’Istituto, era in un incomprensibile stato di fatiscenza: le vetrate erano incrinate e così sporche che non si riusciva a scorgere cosa vi fosse all’interno.
Incuriosito, fece per avvicinarsi.
Nonononononono! – gridò Shiro arrivandogli alle spalle e tirandolo per un braccio.
– Che ti prende, Kamui?!
– Non vorrai mica avvicinarti a quella serra?!
– Perché, c’è una regola che lo vieta?
– Come, non lo sai?
– Cosa?
Kamui alzò gli occhi al cielo e gli fece segno di seguirlo verso delle panchine un po’ distanti da lì; Fuma pensò di impuntarsi, ma il brontolio del suo stomaco (preoccupantemente simile ad un ruggito) lo consigliò diversamente e si lasciò condurre altrove.

~ * ~ 

– Possibile che tu non sappia la storia di quella serra? Sarai l’unico in tutto l’Istituto CLAMP, guarda!
– Kamui, evita di fare tanto il saputo per l’unica cosa che sai più di me! – rispose Fuma piccato.
– Quanto sei stronzo – sibilò Shiro.
– E tu sei isterico. Allora, che storia c’è dietro quella serra?
– Dicono che lì ci sia un fantasma.
– …
– Mi hai sentito?
– Ero solo travolto dalla tristezza per lo stato in cui il tuo cervello dev’essersi ridotto. Adesso credi anche a queste favolette? – chiese scoppiando a ridere.
– Non sono favolette! – si stizzì Kamui – E resta comunque il fatto che là dentro ci hanno ammazzato una persona!
Fuma smise di ridere, domandandosi se fosse l’ennesima leggenda oppure no – Sul serio?
– Certo! Chiedi pure ai professori, anche se non piace a nessuno parlare di questa storia…
– Ma chi era? Uno studente? E si sa chi l’ha ucciso?
– Oh guarda,
adesso ti degni di darmi attenzione! – lo sbeffeggiò Kamui – Sì, era uno studente. Dicono sia successo almeno una trentina di anni fa: dei ragazzi della scuola lo hanno ucciso lì.
– Ma perché?
– Non si sa con esattezza: pare che il ragazzo ucciso stesse insieme al figlio di uno dei maggiori finanziatori della scuola, una famiglia aristocratica.
– Vorrai dire figli
a.
– No, un maschio: ecco perché ci fu lo scandalo. Dicono che i suoi genitori, con la connivenza di alcuni professori dell’epoca, convinsero alcuni compagni di classe ad uccidere il suo ragazzo, in modo da far finire quella vergogna; si dice che li abbiano pagati e l’abbiano ucciso a calci e bastonate – Kamui rabbrividì.
– E nessuno ha fatto niente?
– Chi? Te l’ho detto, quella famiglia era una dei massimi finanziatori della scuola, in più erano gente ricca e aristocratica: nessuno si è azzardato a mettergli i bastoni tra le ruote.
– E l’altro ragazzo?
– Boh, non si sa. Lui era all’ultimo anno e venne ritirato da scuola. Poi non si sa cosa gli è successo.
– Che schifo – commentò Fuma. Guardò quella vecchia serra e, più che rabbrividire, sentì solo una gran pena – Dicono che c’è il fantasma di quel ragazzo lì?
– Sì.
– Bene, ci voglio entrare.
– Tu sei matto! – gridò Kamui – Ti ho raccontato questa storia proprio per non farti mettere piede là dentro!
– Il fatto che
tu sia un ragazzino pauroso non vuol dire che io debba darti ascolto! – rispose Monou alzandosi dalla panchina – Tanto è comunque un fantasma, che vuoi che mi faccia? Ammesso che ci sia qualcosa, comunque!
– Fumaaa! – si lamentava Kamui, tenendogli stretto un braccio nel tentativo di impedirgli di incamminarsi verso la vecchia serra – Dai, per favore!
– Chi ti ha chiesto niente? Se non vuoi entrare, restatene fuori!
– Ma è quasi finita la pausa pranzo! – tentò Shiro disperato – I professori ci ammazzano, e tu oggi sei già stato messo in punizione!
– Sei proprio una piaga!- commentò Fuma, arrendendosi però all’evidenza – Forza, torniamo in classe,
coniglio!
– Io non sono un coniglio! – sbraitò Kamui.
– Ma se ti manca solo la coda a batuffolo!

~ * ~

Era ancora giorno pieno quando finirono le lezioni: il maestro della squadra di kendo controllò la caviglia alla quale Fuma accusava ancora un leggero fastidio e, trovandola un po’ gonfia, lo rispedì a casa, preoccupato di rischiare la salute di una delle punte di diamante della squadra.
Monou si ritrovò così a spasso alle quattro del pomeriggio, senza niente da fare: gli sarebbe piaciuto andare ad infastidire ancora Kamui, ma quello scemo era di sicuro ancora a ripetizioni da qualche professore. Fuori c’era un bel sole ed un venticello piacevole, e non gli andava di andare a chiudersi in casa: mentre si avviava verso l’uscita pensò che, in fondo, non c’era niente di male ad andare a dare un’occhiata a quella vecchia serra.
Là attorno non c’era nessuno, ed era quantomeno naturale: con quelle storie macabre che ci venivano ricamate su, tutti quanti dovevano avere più o meno (più meno che più) la reazione di Kamui; e poi era l’orario in cui i club iniziavano le loro attività pomeridiane, quindi erano tutti occupati.
Si avvicinò a quel prato gigantesco e girò intorno alla serra: era giusto un po’ sinistra, tutta sporca e mezza sfasciata in quel modo, ma non metteva paura.
Quasi quasi…
Fuma si guardò attorno per controllare che non ci fosse davvero nessuno, e si avvicinò all’entrata: era stata bloccata con un vecchio lucchetto, ma la porticina secondaria su una delle fiancate aveva la serratura così coperta di ruggine che, con qualche calcio bene assestato, si aprì docilmente, con un cigolio orrendo.
Il ragazzo si affacciò, trattenendo il fiato: beh, era più sinistra dentro che fuori. Le piante, di sicuro senza più cure dal giorno in cui era avvenuto l’omicidio, erano morte, e quelle che non si erano polverizzate erano ancora aggrappate alle ringhiere o i tutori, ridotte in un tale stato che, appena Fuma ne sfiorò una, quella si polverizzò quasi all’istante.
Deglutì ed entrò, girando attorno al grande tavolo su cui, un tempo, venivano conservate le piante; chissà che faccia avrebbe fatto Kamui quando gli avesse raccontato che era entrato lì e che non c’era alcun fantasma! Lui e i suoi racconti deficienti! Era da quando erano bambini che s’impauriva per tutto, al punto che sua madre (cioè la migliore amica della madre di Monou e sua vicina di casa) gli aveva proibito di leggere o vedere film che potessero spaventarlo ed aveva affidato a Fuma il controllo su quel che capitava sotto gli impressionabilissimi occhi di Kamui.
Camminando (quel posto era davvero gigantesco), il ragazzo notò i polverosi resti dell’angolo in cui i membri del club facevano pausa: delle sedie di ferro incrostate di ruggine, un tavolo ed un divano a dondolo dal quale pendevano ragnatele così fitte da farle assomigliare a delle tende; i cuscini erano così sporchi da sembrare fatti di polvere stessa.
Continuò il suo giro e ad un tratto, lì in terra, notò delle chiazze strane: si chinò e, con orrore, vide che era sangue.
Poi, di colpo, non vide più altro.

~ * ~

Fuma si mise di scatto a sedere, svegliandosi di soprassalto: sapeva di aver spalancato gli occhi, ma non vedeva assolutamente niente attorno a sé; per un attimo temette di essere svenuto e che fosse già notte fonda ma poi, con una grande sorpresa, notò che lui si vedeva.
Dunque il problema non era che ci fosse buio
fuori.
Era proprio che non c’era altro che il buio, attorno a lui.
Ok, calma, si disse. Non aveva mai avuto paura dell’oscurità e non era il momento di iniziare ad averne; cercò di drizzare le orecchie e, con assoluto terrore, sentì la presenza di qualcosa là intorno.
– Va bene, che scherzo è questo? – gridò – Kamui, sei tu? Piantala di fare l’imbecille e accendi la luce!
– Mi dispiace – disse una voce dietro di lui – Ma qui la luce non c’è.
Fuma si voltò terrorizzato e vide una persona: era un ragazzo, lì in piedi davanti a lui, e non sembrava spaventato – Ah, lo scherzo è anche per te? Bene, almeno siamo in due e possiamo cercare un modo per uscire. Ma tu chi sei? – notò la divisa che indossava, identica alla sua – Sei uno studente del CLAMP, no?
Il ragazzo si strinse appena nelle spalle – Lo ero.
Fuma si domandò se lo stesse prendendo in giro. Era molto bello però, ammise e, in un certo senso, gli ricordò Kamui: la carnagione era pallidissima, e risaltava in modo spaventoso sul nero della divisa e dei capelli; e poi aveva due straordinari occhi verdi.
– Sei straniero? – gli chiese.
Il ragazzo scosse educatamente la testa.
– Ah, va bene – si guardò attorno – Dove siamo? Poco fa ero nella serra… Sai, quella tutta diroccata che c’è nell’ala vecchia della scuola.
Il ragazzo annuì.
– Sei di poche parole, eh? – commentò Fuma – Tutto il contrario di un mio amico, un logorroico che non ti dico… Insomma, dove siamo?
– Non siamo più nella serra.
– Grazie, questo lo vedo da me.
– Il fatto è che non siamo in un luogo fisico… Questa è una specie di… “dimensione sospesa”.
Fuma lo squadrò un attimo – Aaah, ho capito! – disse poi, risollevato – Sei un attore! Ecco perché sei così bello! Sei uno di quelli della trasmissione sugli scherzi, no? Quelli delle
Candid camera!
Il ragazzo fece cenno di “no” con la testa, stringendosi nelle spalle come per scusarsi.
– Ma sì, Kamui è un patito di quel programma, deve avermi fatto uno scherzo. Infatti era strana quella storia così macabra sull’omicidio nella serra!
– Non era una storia…
– Certo, come no. E tu chi saresti, il fantasma?
Il ragazzo sorrise – Sì. E tu sei mio ospite.
E qualcosa, nel modo in cui lo disse, fece tremare Fuma dalla paura.
Perché nessun attore al mondo sarebbe riuscito a fingere una faccia come quella.
– Sì, senti – disse, sentendo la voce che tremava – Guarda che non volevo… Cioè, non sono qui per darti fastidio… Volevo solo prendere in giro quel mio amico, sai, quello crede a tutte le cose strane che fanno paura, tipo i mostri, i fantasmi, i film dell’orrore…
Il ragazzo, anzi, il
fantasma, lo guardava tranquillo, fissandolo educatamente. Almeno non si stava trasformando in un mostro, di quelli dei film che spaventavano tanto Kamui! Per la prima volta in vita sua, pensò che quello scemo aveva avuto ragione… chissà che strazio, quando l’avesse scoperto! Glielo avrebbe ripetuto per mesi!
… Ammesso che l’avrebbe mai rivisto.
– Senti… – disse, guardando il fantasma – Hai detto che sono tuo “ospite”… Nel senso che poi mi fai andare via, vero?
Il ragazzo lo fissò gentilmente, ma non rispose.
– Sai, lo capisco che magari ti annoi, però io… io avrei una vita là fuori…
– Lo so, non preoccuparti – rispose il fantasma; aveva una voce bassa, con un timbro sottile e gentile – Volevo solo… parlarti un po’. Mi ricordi tanto una persona.
Oh merda, pensò Fuma, Ora ci manca solo che mi dice che assomiglio al suo ex, e sono spacciato, mi terrà qui per tutta l’eternità!
Come se lo avesse capito (e non ci sarebbe voluto molto, vista la maschera di terrore in cui si era trasformato il suo viso), il fantasma fece cenno di “no” con le mani con veemenza – Non voglio tenerti qui per forza, tranquillo.
Monou lo guardò poco convinto, ma poi cercò di calmarsi: ci mancava solo che lo facesse arrabbiare.
– Allora se è per poco… – si grattò la testa: cosa si dice al fantasma di un adolescente morto ammazzato in una serra, il cui spirito continua a vagarvi per anni? – Come ti chiami?
– Subaru. E tu?
– Fuma.
– È un bel nome.
– Ah, grazie… Ma tu stai sempre qui? Non puoi uscire?
E per andare dove, in discoteca il sabato?, gli chiese una vocina nella sua testa.
Che domanda del cavolo!
Il fantasma scosse il capo.
– Ma perché non vuoi o perché non ci riesci?
– Tu rimarresti nel posto in cui ti hanno ucciso?
– … Sì, scusa. È che non sono troppo educato, sai, quello è Kamui!
– Chi è?
– Chi, Kamui? Niente, è un mio amico d’infanzia; siamo vicini di casa e siamo cresciuti insieme… Lui è un po’ come un fratello minore scemo.
Lo spirito sorrise, appena appena, come se non fosse un’azione alla quale non era abituato da tempo.
Grazie al cavolo, era abbastanza facile da immaginare il perché, si disse.
– Ma qui è sempre tutto buio?
Il fantasma annuì.
– Non hai paura? Kamui ci morirebbe, qua dentro.
Il ragazzo si strinse nelle spalle – Non ci posso fare niente… – poi, guardandolo – Fai sempre un’espressione carina quando nomini quel ragazzo – aggiunse – Gli vuoi bene?
– Chi? A quello scemo? Oddio, volergli bene… Diciamo che mi diverte prenderlo in giro. E fregargli i fumetti che compra prima che li legga. E trascinarmelo dietro quando voglio vedere un film al cinema. E sfotterlo quando parla in inglese perché sembra dislessico. E mangiargli il pranzo… Il fatto è che sua madre gli cucina sempre i polipetti al vapore, che mi piacciono un sacco, e mia mamma non me li fa mai perché le fanno impressione… – poi si fermò, guardando lo spirito ridere – Te l’ho detto che è uno scemo – disse scoppiando a ridere anche lui.
– Ma gli vuoi bene – commentò il fantasma – Anche Seishiro mi prendeva sempre in giro per come parlavo inglese… – bisbigliò, come perso in un ricordo che riusciva a vedere solo lui.
Fuma rimase un po’ sorpreso: era il nome del ragazzo di cui aveva parlato Kamui, evidentemente, il figlio di papà per cui l’avevano ammazzato. Cavolo, doveva volergliene di bene, se faceva quell’espressione solo a ricordarlo.
– E io gli assomiglio? – chiese Monou abbassando la voce, come per non distruggere quell’atmosfera strana.
Il fantasma alzò lo sguardo su di lui, abbozzando un sorriso – Sì, un po’. Anche lui era alto quanto te, aveva le spalle larghe e poi era gentile.
– Gentile? Io? – chiese Fuma sconvolto.
– Direi di sì – commentò lo spirito – Ti ho trascinato qui dentro e non mi hai neppure preso a parolacce, né ti sei messo ad urlare che ero un mostro o qualcosa del genere… sei gentile ad avere pena di me.
– Non… non mi fai pena.
Beh, non era proprio vero. Gli faceva…
tristezza, ecco, sì, tristezza: un ragazzo così bello ed educato, giovanissimo, ammazzato come un cane, in quel modo, per una cavolata. Voleva vedere se qualcuno si era azzardato ad alzare un dito sul “signorino figlio di papà”! Altro che somigliargli, quel tizio gli stava davvero sulle scatole! Se qualcuno si fosse azzardato a fare del male a Kamui, lui l’avrebbe preso per il collo e gliel’avrebbe torto come ad una gallina!
Lo spirito sorrise ancora – Grazie. Ma adesso è meglio che vai, no? Sei già stato fin troppo paziente con me.
Fuma fece cenno di “no” con le mani (dandosi poi subito dell’imbecille) – Figurati, non è stato mica orribile! Cioè, sai, come dicono nei film sui fant… – si bloccò: non era una frase carina da dirsi, ma l’altro ragazzo sorrise.
– Ti ringrazio – ripetè – Salutami Kamui e digli… – fece un sorriso strano, quasi una smorfia, e Fuma capì che stava per mettersi a piangere – Che è tanto, tanto fortunato.
Avrebbe voluto dirgli di non piangere, che, se voleva, avrebbero potuto parlare ancora.
Ma, di colpo, si ritrovò fuori dalla serra diroccata.
Era quasi il tramonto e lui si sentiva frastornato, come se fosse uscito da un sogno.
Si alzò in piedi e, incespicando, tornò verso l’uscita dell’Istituto, dove tutto il resto degli studenti stava sciamando; era ancora intontito, come se non riuscisse a capacitarsi di quel che fosse successo, e camminava come un automa.
– Fuma! – la pacca sulla schiena lo fece sobbalzare e si voltò a fissare sconvolto Kamui; il ragazzo lo fissò altrettanto scioccato – Scusa, non pensavo di farti paura… Sono passato al club di kendo ma mi hanno detto che eri andato a casa, non pensavo di trovarti ancora qui.
– No, io… – non gli andava di dirgli niente, per la prima volta nella sua vita.
– Fuma, stai bene? – chiese Shiro seriamente preoccupato.
– Oh, sì… – la voce gli si bloccava in gola: continuava a pensare a quel ragazzo gentile, solo e abbandonato da anni in quel posto orrendo.
– Fuma? Che c’è? Mi stai facendo preoccupare!
– Niente, pensavo solo…
– A cosa?
A quanto deve sentirsi solo…
– … che sei proprio basso, Kamui!
– Ma brutto
stronzo! – gridò Shiro, colpendolo con la cartella – E io che mi preoccupo pure!

 

|
Recensioni su Midnight Sun

Recensioni su Fanfic100_ita
Recensioni sul Circolo Letterario degli Impopolari

 

Credits & Disclaimers

Phantasma © Michiru, dal 7 gennaio 2007.
Tutte le fanfictions ed alcuni dei banner che troverete qui sono © di
Michiru, le canzoni, le citazioni ed  i personaggi appartengono invece ai rispettivi autori. E' assolutamente vietato prelevare qualunque cosa da questo sito senza mio esplicito permesso. Sito non a scopo di lucro.
Layout ©
Juuhachi Go.
Immagine usata da
Chii's Sweet Home di Konami Kanata, pennelli da angelic-trust.net, patterns da 77words.