da solo nel buio ~ capitolo II

 

BDT Seishiro/Subaru, 076. Chi?

Fuma non chiuse occhio, quella notte. E ignorò le lamentele di Kamui su quanto fosse insopportabile negli ultimi tempi, mentre camminavano verso scuola; ignorò persino la sgridata del professore di matematica, quando gli disse che mai gli era capitato di vedere un compito svolto così male.
Dentro la sua testa c’era il buio del giorno prima, con la figura sola di quel ragazzo dai modi educati e gli occhi tristi; forse era perché gli sembrava che somigliasse a Kamui, che la sua sorte gli metteva tanta angoscia. Era diventato ancora più dispettoso con il suo amico, e si rendeva conto che quello era un modo per nascondere l’ansia che, magari, anche a lui potesse capitare una disgrazia del genere.
Cosa questa oggettivamente
impossibile.
Innanzitutto perché lui non pensava certo a Kamui in
quel modo lì, e poi perché, altro che omicidio organizzato! Si sarebbe risolto tutto in casa, e già si vedeva Tohru, la madre di Kamui, inseguire il figlio con il matterello per la pasta; quel che avrebbe fatto suo padre Kyougo, invece, evitava accuratamente di figurarselo, anche se l’immagine del suo povero padre esanime, con un infarto in atto, era alquanto nitida nella sua mente.
Mah, meno male che non aveva casini del genere.
Le lezioni finirono e lui pensò che, quel giorno, non doveva recarsi al club, mentre Kamui aveva da fare con il suo.
Forse poteva tornare… ma che andava a pensare?! E se poi il fantasma avesse deciso di non farlo più uscire? Nono, per carità!
Eppure, in cuor suo, era certo che quello spirito non gli avrebbe fatto alcun male; alla fine era solo un ragazzo, aveva una fine orrenda alle spalle, era ovvio che si sentisse solo, no?
Si ritrovò dalle parti dell’ala vecchia della scuola senza neanche rendersene conto, e fissò la vecchia serra in lontananza. Magari poteva…

~ * ~

Entrò nella serra di soppiatto, cercando di ricordare cos’avesse fatto il giorno prima per finire in quel posto strano dov’era Subaru; gironzolò intorno ai tavoli e poi si accorse che era diventato tutto buio mentre si trovava nei pressi dell’ex zona relax dei membri del club: si mosse in quella direzione a passo svelto e, di colpo, puff!
Buio.
– Fuma
-kun? – esclamò sorpreso Subaru – Che ci fai di nuovo qui?
– Ehmmm – Monou si grattò la testa, imbarazzato – No, è che non avevo niente da fare e pensavo che forse non ti avrei dato fastidio se fossi passato di qua…
Gli occhi del ragazzo si allargarono, illanguidendosi per le lacrime. Cavolo, assomigliava proprio a Kamui quando frignava per qualcosa! Cioè il novanta per cento delle volte – Ma non dovevi… – sembrava in imbarazzo – Cioè… non è bello stare qui…
– Beh, neanche per te, no?
Subaru capì il senso e abbozzò un sorriso – Grazie allora.

~ * ~

– Sono il primo che capita qui? – il fantasma annuì – Beh, è normale, la gente ha paura di questo posto… Anche senza sapere niente, la serra è orrenda da vedersi anche da fuori.
– Quando ci venivo io era bellissima – disse Subaru, lo sguardo perso nel vuoto ad inseguire chissà che ricordo in particolare – I vetri erano nuovi ed era piena zeppa di piante di tutti i tipi: c’era una grande camelia che avevamo cercato di nanizzare come compito di quell’anno, ed era una meraviglia. A Seishiro piaceva da morire, ogni volta che usciva dal club, prima di andare a casa, passava a… – si interruppe, arrossendo – Ma non sono cose che possono interessarti, scusami.
– Nono, figurati! – lo rassicurò Fuma – Eri nel club di giardinaggio?
– Sì, mi piacevano tanto le piante. Quando venni a vedere questo istituto, rimasi incantato dalla serra, era stata costruita da pochissimo.
– E…
lui? – chiese Monou, prima di rendersi conto che forse quella non era una domanda appropriata.
– Seishiro? No, lui era dei club di
kendo e cerimonia del tè. La sua era una famiglia aristocratica, sai… ci tenevano a queste cose.
– Ah, ho capito… E… No niente, scusami – si interruppe imbarazzato.
– Non è un problema, se mi chiedi qualcosa – lo rassicurò Subaru – Sei così gentile a venire qui a perdere il tuo tempo con me, che puoi domandarmi quel che vuoi.
– No, è che… Eravate compagni di classe? Perché se non vi siete conosciuti ai club mi domandavo…
– No, lui era più grande di me di tre anni. Ci siamo conosciuti durante una delle prime settimane di scuola: aveva sentito una delle sue compagne di classe del club di giardinaggio parlare della camelia, ed era curioso di vederla. Sai, sua madre amava molto le camelie, stava pensando di acquistarla per lei, qualora fossimo riusciti nel progetto.
– Ho capito.
– Io ero rimasto qui a rimettere in ordine quando lui è entrato e così… ci siamo conosciuti.

~ * ~

Il compleanno di sua madre coincideva con la fine della scuola: se quella camelia era davvero tanto notevole come aveva sentito dire, sarebbe stata un gradito regalo per lei, un piccolo albero da tenere nel suo salotto privato.
A quell’ora i membri del club avrebbero dovuto essere tutti andati via, e così s’incamminò verso la serra, sperando di riuscire a sbirciare attraverso i vetri.
Invece, con sua grande sorpresa, era ancora aperta: entrò di soppiatto, guardandosi attorno; non gl’interessavano molto le piante, però quel posto era davvero bello: non era particolarmente caldo, l’aria era satura dell’odore della terra e dei fiori, che facevano bella mostra di sé in ogni dove. Camminava tra i banchi pieni di piante e di verde, quando, in fondo alla serra, vide un ragazzo intento ad armeggiare con la famosa camelia: le stava potando alcuni rami, sorridendo beato, come una madre al proprio figlio. Aveva lineamenti così delicati che, per un istante, pensò si trattasse di una ragazza.
Rimase qualche minuto a guardare la scena senza accorgersi che l’oggetto della sua osservazione cambiava: dai rami si spostava al ragazzo, dal verde delle foglie alle sue mani, dalle tenaglie al suo sorriso.
Quando il ragazzo sobbalzò spaventato, accorgendosi della sua presenza, pensò che il verde della camelia dovesse esser rimasto nei suoi occhi, come un riflesso.
– Scusami – disse con un leggero inchino – Non pensavo ci fosse ancora qualcuno.
– No, scusami tu – rispose il ragazzo – Sei anche tu del club?
– No, ero solo venuto a vedere la famosa camelia… Te ne occupi tu?
– Oh no, tutto il club! – si schernì il ragazzo – Avevo notato che c’erano delle foglie rovinate e le stavo togliendo.
– Oh bene – rispose con un sorriso – Allora tornerò a vedere come te ne prendi cura.
– Come, scusa? – chiese il ragazzo senza capire.
– Mi chiamo Sakurazuka Seishiro.
– Ah…–  balbettò sorpreso l’altro ragazzo – Io sono Sumeragi Subaru.

~ * ~

Fuma rimase in silenzio a guardare l’espressione lontana del fantasma: sembrava avere dei momenti di serenità solo quando ricordava il suo passato e, alla fin fine, non gli si poteva rimproverare niente, lui sarebbe impazzito in un posto del genere.
Cavolo, doveva essere
davvero innamorato di quel figlio di papà.
Gli fece un po’ pena: magari quel tizio se l’era già scordato da un pezzo e lui, invece, aveva tutta l’eternità da passare in quel limbo schifoso per colpa sua.
– Scusami – sussurrò Subaru – È che a volte mi perdo proprio nei ricordi.
– No, figurati. Tanto non è che qui ci sia tanto altro da fa… cioè, nel senso…!
Il fantasma rise un po’ – No, hai detto bene. E poi qui è sempre così buio che mi sembra di ricordare che esisto solo se ripenso a Seishiro.
Fuma ebbe l’istinto di battergli amichevolmente una mano sulla spalla, come faceva con Kamui quando lo vedeva giù di morale, ma si trattenne al pensiero che, magari, ci sarebbe passato attraverso; Subaru lo fissò con un sorriso un po’ triste – Forse è il caso che tu vada, ora…
– Ah… sì – rispose Monou sorpreso.
Il fantasma gli sorrise ancora e lui si ritrovò nella luce del pomeriggio che inondava di rosso e arancio il parco intorno alla serra.
Che tristezza, pensò, sembra che neanche la luce del sole voglia entrare là dentro.
Ok, si stava facendo coinvolgere troppo da quella storia; eppure aveva voglia di saperne di più ma, nonostante la sua proverbiale mancanza di tatto, non aveva il coraggio di chiedere a Subaru.
Fece mentalmente la sintesi delle informazioni in suo possesso, mentre si avviava verso i cancelli di uscita dell’Istituto.
Il fatto era avvenuto trent’anni prima; erano coinvolti un semplice studente del primo anno delle superiori ed un ragazzo di terza, figlio di uno dei massimi finanziatori della scuola; con solo i nomi non poteva fare molto, ma sperava di recuperare, da qualche parte, almeno il cognome di Subaru: alla fine, era morto in un omicidio, possibile che non ci fosse nessuna notizia sui giornali dell’epoca?

~ * ~

No, non c’era, constatò pieno di disgusto.
Si era recato (per la prima volta in vita sua, probabilmente) nella biblioteca centrale di Tokyo e, pur scartabellando come un disperato, non aveva trovato niente.
L’unica, a quel punto, sarebbe stata andare a cercare nei vecchi registri dell’Istituto le informazioni che desiderava; uscì dalla biblioteca ancora più schifato di quando c’era entrato: avevano ammazzato come un cane un ragazzo e non c’era nemmeno una virgola sul giornale a dire che era successo! Tutto per colpa della famiglia di quel figlio di papà!
Era curioso di sapere che fine avesse fatto, giusto per disprezzarlo di più, sicuro che si fosse felicemente ripreso e che ora se ne stesse, grasso e pasciuto, a guardare i suoi nipotini giocare nel parco di una delle tante ville di famiglia.
Che schifo.
Beh, almeno su questo simpaticone, qualcosa poteva reperirla: fece dietro front e sedette nella zona informatica della biblioteca, da dove si poteva avere accesso a internet; entrò nel sito dell’Istituto CLAMP e cercò chi erano i personaggi di maggior peso nella struttura dal punto di vista economico; oltre alla famiglia Imonoyama, cercando attentamente, vide che c’erano altre tre famiglie: Musashi, Kanou e Sakurazuka.
Cercò ancora sui motori di ricerca informazioni relative a queste famiglie: i Musashi avevano cinque figli, quattro femmine (di cui tre sposate) ed un solo maschio, che stava ultimando l’università in attesa di prendere le redini della famiglia; i Kanou ne avevano due, un maschio ed una femmina, entrambi celibi; i Sakurazuka, infine, avevano una figlia, Setsuka, il cui marito era stato adottato ed era entrato nella famiglia prendendone il cognome.
L’unico figlio maschio, Seishiro, era morto.
Bingo.
Fuma rimase un po’ ad osservare lo schermo, sorpreso: il figlio di papà era di sicuro lui, ed era morto. Cercò informazioni almeno sulla data del decesso e, dopo aver tanto cercato invano, pensò di recarsi nella sezione dove raccoglievano i necrologi pubblicati sui giornali.
Fu fortunato: pensò di partire proprio dall’anno che supponeva fosse quello di decesso di Subaru e, oltre a trovare il suo nome (
Subaru Sumeragi, morto all’età di quindici anni, il 4 febbraio), scoprì quello del “figlio di papà”.
Seishiro Sakurazuka, morto all’età di diciotto anni, il 7 marzo
, praticamente poco dopo la fine della scuola.
Si sentì un po’ una merda per aver lanciato tanti accidenti a quel poveraccio…
Uscì dalla biblioteca con un magone spaventoso: due ragazzi più o meno della sua età morti così, nel giro di due mesi; non c’era alcun riferimento alla fine orrenda di Subaru ed era strana anche quella di Seishiro: perché un rampollo di buona famiglia sarebbe dovuto morire così? Non c’erano riferimenti ad incidenti e, se praticava kendo, non doveva trattarsi di un ragazzo debole di salute. Considerò tristemente che non sarebbe mai venuto a capo di quel casino, anche perché, sebbene Subaru fosse tanto gentile, non sarebbe stato carino andare a chiedergli i dettagli della loro relazione e della sua morte; e, in effetti, nemmeno informarlo del fatto che il suo adorato Seishiro era morto.

~ * ~

– Ciao, Fuma-kun.
Era diventata un’assurda abitudine quella di andare a trovare Subaru nei giorni in cui non aveva impegni con il club, ma non poteva farne a meno: lo vedeva con quell’espressione così sconsolata e non aveva il coraggio di abbandonarlo al suo destino di perenne solitudine.
– Non devi sentirti obbligato a venire qui, sai? – gli disse il fantasma gentilmente – Hai già fatto troppo per me!
Monou si strinse nelle spalle imbarazzato.
– C’è qualcosa che vuoi chiedermi? – chiese ancora, come se desiderasse sdebitarsi per tutta quella gentilezza con il solo modo che conosceva.
– No! – rispose Fuma con decisamente troppa veemenza.
– Beh, non ci sarebbe niente di strano…
– È che… – pensò se parlargli di quel che aveva scoperto durante quel pomeriggio da incubo in biblioteca – Ho fatto un po’ di ricerche… Cioè, non erano affari miei, però volevo sapere com’era andata e non era carino chiederlo a te…
Subaru lo fissò sorpreso – Ma è successo tanto tempo fa! Sarai impazzito a cercare sui giornali!
– Beh, grazie a internet è stato semplice – il fantasma lo guardò senza capire, e Fuma si rese conto che, trent’anni fa, persino i computer erano oggetti non alla portata di tutti – Nel senso, non ci ho messo molto. Più che altro, non sapevo come cercare, non avevo i cognomi.
– Scusami – rispose il fantasma sospirando – Non ci ho pensato…
– Subaru Sumeragi e Seishiro Sakurazuka, giusto?
Lo sguardo del ragazzo si illuminò – Hai… hai trovato qualcosa su Seishiro?
Fuma si diede mentalmente un calcio, ma forte, per il danno che aveva fatto – Sì…
– Come sta? Sta bene?
Era la prima volta che gli vedeva un po’ di luce negli occhi e non ebbe il cuore di spegnerla; tanto, chiuso lì dentro, a che gli sarebbe servita la verità? Annuì, imbarazzato, e il fantasma sospirò sollevato – Ero così in ansia… – bisbigliò – Anche se non potrò più vederlo, almeno sapere che sta bene… grazie, grazie Fuma-kun – disse poi, fissandolo con gli occhi lucidi – Mi hai fatto il più bel regalo del mondo.
Monou ricambiò quel sorriso, che gli costava più di un miliardo.
Povero Subaru, gli venne da pensare.

~ * ~

Come se non bastasse, c’era un altro carico che mirava a schiacciare col suo peso il tentativo di non farsi ammazzare da quella storia.
Precisamente, quegli occhioni da Bambi, con il loro consueto corredo di lacrimosi, che lo fissavano dall’alto in basso – Fumaaaa – frignò Kamui – Sei uno stronzo! – e giù lacrime e strepiti.
– Che ho fatto,
stavolta, Kamui?
– Non ti fai più vedere, non mi aiuti più con i compiti, non vieni più a giocare alla play station a casa, sei un bastardo, se mi odi devi dirmelo!
Fuma considerò, per un brevissimo istante, di dire al suo amico cosa lo turbasse.
Poi si vide gli occhioni rossi come ciliegie fissarlo disperati – Ti sei fidanzato, vero? Ti sei trovato una ragazza e non vuoi dirmelo!
No, figurati se quel scemo avrebbe capito qualcosa.

~ * ~

Subaru se ne stava accoccolato nel buio del suo limbo, sdraiato su un fianco, con le ginocchia contro il petto, lisciandosi la stoffa dei pantaloni.
Fuma gli aveva detto che la serra, la sua bella serra, era diventata una specie di antro degli orrori, e a lui sembrò di soffocare per il dolore: nei suoi ricordi la vedeva sempre luminosa e verde, tutta colorata dai fiori, con la splendida camelia rossa nel suo grande vaso.
Le chiacchiere e le risate dei vecchi compagni del club, il tè sui tavolini di marmo, e Seishiro, che veniva a trovarlo di nascosto quando tutti erano andati via; si sedevano sul divano a dondolo e rimanevano lì per un paio d’ore, e non gli pesava dover stare sveglio fino a notte fonda per finire i compiti. Il suo paradiso era dentro a quattro mura di cristallo, con il cigolio delle molle del dondolo quando si muovevano per scambiarsi un bacio, la luce soffusa che filtrava tra le fronde delle piante.
Era crudele, pensò, orribile che fosse successo proprio lì dentro.
Stava aspettando Seishiro come suo solito, dopo la fine della riunione, quando erano entrati quei ragazzi: non li conosceva, ma dissero di essere compagni di classe di Sakurazuka e che erano stati mandati lì per “dargli una lezione”; mah, forse alla fine non avevano neppure voluto ucciderlo.
Si ricordava la fuga attorno ai tavoli della serra, i ripiani che si rovesciavano e i vasi di coccio che andavano in pezzi.
Strinse gli occhi, cercando di fermare i ricordi, ma era troppo difficile, con quel buio che lo circondava. Ricordava di aver gridato, dentro la sua testa, il nome di Seishiro, finché tutto era diventato buio e freddo, e si era ritrovato lì dov’era in quel momento.
Cominciò a singhiozzare, ma i suoi sforzi per calmarsi gli valsero solo dei singulti più violenti.
Voleva Seishiro, erano anni che lo chiamava, di continuo, come quel giorno lontano.
E, come quel giorno lontano, lui non era lì per salvarlo.

~ * ~

– Lo sai che mi piaci, Subaru-kun?
– Oh cielo, ancora con questa storia, Seishiro-kun! – gemette il ragazzo dandogli le spalle – Ci sono tanti modi per scherzare, perché devi essere sempre così ripetitivo?
– Ma non sto scherzando! – si lamentò Sakurazuka alzandosi dal dondolo in modo così repentino da farlo sobbalzare; si accostò e gli tolse gentilmente l’annaffiatoio dalle mani – Mi piaci davvero tanto.
Subaru fece una smorfia seccata e guardò da un altro lato – E perché, di grazia? Con la famiglia che hai avrai conosciuto ragazze colte, belle e raffinate… E, anche ammesso che ti interessino i ragazzi – concluse riappropriandosi del suo annaffiatoio – Di certo ce ne sono di migliori di me, tra le tue conoscenze. Non vedo proprio cosa possiamo avere a che spartire noi due, sai?
– È proprio perché sei così diverso “dalle mie conoscenze” che mi piaci – rispose Seishiro, giocherellando con le foglie delle piante che l’altro ragazzo stava sistemando.
– Ah, Seishiro-kun – commentò Subaru con un sospiro – Non è cattiveria se ti dico che, secondo me, il tuo è solo un capriccio.
– E non è cattiveria la mia, quando ti dico che sei incapace di valutare in modo lucido te stesso – rispose l’altro ridendo – Cosa dovrebbe mancarti per essere il ragazzo dei miei sogni?
– Il fatto che io sia un
ragazzo, tanto per dirne una?
– Ma ti piaccio, ne sono sicuro.
– Ecco, questo è uno dei tuoi difetti – sentenziò Subaru abbandonandolo accanto al tavolo e andando a prendere altra acqua – Non è che tutto il mondo possa fare quel che vuoi per renderti felice, sai?
Seishiro gli si accostò con un sorriso e gli passò un braccio attorno alle spalle – Infatti so sempre quando posso chiedere e quando no – commentò dandogli un bacio.
Subaru si scostò e gli allungò uno spintone – A quanto pare, non ne sei tanto capace.
Sakurazuka rise e lo afferrò di nuovo per le spalle – Sì che lo sono – e lo baciò ancora.
L’annaffiatoio verde cadde nel grande lavatoio, che i membri del club usavano per lavare gli attrezzi e prendere l’acqua per le piante, e ci restò a lungo, dondolando sotto lo scroscio leggero.
Seishiro si decise finalmente a staccarsi per un istante – E adoro le persone che sanno quando si devono arrendere… – commentò stringendolo tra le braccia ridendo.

~ * ~

Passavano lì ormai tutti i pomeriggi: Seishiro rimaneva in silenzio ad osservare l’altro ragazzo che riordinava la serra e, ogni tanto, iniziava a pedinarlo finché Subaru si arrendeva e si accomodava con lui sul divano a dondolo per dedicarsi a lui.
– Sei insopportabile, peggio di un bambino viziato – commentò una volta.
– Sì – rispose Sakurazuka sorridendo.
– Ma bene, vantatene!
Allora scoppiava a ridere e lo tirava nel suo abbraccio, scompigliandogli i capelli e facendo dondolare il loro comodo sedile.
Era bello.
Erano… felici, anche se erano tanto diversi; Subaru a volte non poteva non chiedersi che ne sarebbe stato di loro quando avesse finito le superiori: in casa non c’erano probabilmente abbastanza soldi per l’università, e si stava già arrabattando per trovare qualche lavoretto; ma Seishiro la prendeva con calma, promettendogli che si sarebbe occupato di lui, sospirando poi sconsolato davanti alla mezza invettiva che si vedeva rivolgere – Non sono mica una damina del Medioevo! – rispondeva Sumeragi stizzito – Un lavoro dignitoso posso trovarmelo anche da solo! E comunque… – rispondeva poi con tono più duro, per nascondere la tristezza che quei ragionamenti gli causavano – Finita l’università dovrai sposarti e prendere le redini della famiglia. Cosa pensi, che ti permetteranno ancora di frequentare me?
– Che lo permettano o meno, io non mi lascerò mettere i piedi in testa – rispondeva Seishiro tranquillo.
– Oddio Seishiro! – esclamava Subaru sempre più disperato – Ma in che razza di epoca vivi? Cosa credi, di essere ancora nel Medioevo? Come minimo, mi proporresti un doppio suicidio!
– Perché, non la troveresti un’uscita romantica?
– Romantica? Farmi sgozzare dalla tua
katana? No, per niente!
– E va bene, si può usare il veleno.
– Ma ti ascolti quando parli?!
Allora Seishiro rideva e lo prendeva tra le braccia, stringendolo forte – Io non voglio lasciarti mai – sussurrava, con una voce così triste che Subaru sentiva il cuore stringersi ancor di più.
– Neanch’io… ma come si fa? Non è una scelta che dipende da noi.
– Tu lascia fare a me – lo rassicurava Sakurazuka. Poi, cambiando tono – Alla fine, si può sempre ricorrere ai barbiturici!

~ * ~

Magari l’avessero fatto davvero, pensava Subaru con un sospiro sconsolato; andarsene insieme, abbracciati, con il sonno che saliva lentamente e li portava via. Meglio così che morire solo come un cane, pieno di lividi e con le ossa rotte, com’era successo alla fine; si domandò se Seishiro fosse felice, e, anche se si odiava per questo, non riusciva ad impedirsi di sperare che non l’avesse dimenticato, che soffrisse ancora, almeno un pochino, per lui.
… Aveva ragione Seishiro: l’amore rende egoisti, si disse con un sospiro.

 

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