da solo nel buio ~ capitolo III

 

BDT Seishiro/Subaru, 080. Perché?

Fuma continuava a rompersi la testa su quella storia: voleva almeno capire perché Sakurazuka fosse morto, ma non avrebbe mai saputo a chi domandare una cosa del genere, a tutti quegli anni di distanza; come se questo non fosse stato sufficiente, si trattava di una vicenda che tutti, dal preside ai genitori delle varie famiglie coinvolte, avevano cercato di sotterrare in ogni modo possibile.
Quella sera era invitato a cena a casa di Kamui: Tohru aveva cucinato dei piatti speciali esclusivamente per lui e gli mancava un po’ l’atmosfera assurda di quella famiglia.
Kamui non aveva il padre; non si era capito bene se sua madre fosse vedova o non avesse voluto sposare il ragazzo con cui aveva avuto il figlio, fatto sta che era sempre stata convinta che una vera donna sapesse cavarsela da sola, anche senza un uomo. Aveva così avuto il bambino e lo aveva cresciuta con l’aiuto di Saya, sua cara amica dei tempi di scuola, allevando Kamui un po’ come il secondo figlio di casa Monou, visto che Kyougo non aveva mai sprecato critiche a quella sciagurata che non aveva pensato di dare un padre a suo figlio; nonostante detestasse la madre, l’uomo cercava di essere il più gentile possibile con il ragazzo, un po’ come fosse uno zio a tutti gli effetti.
L’abitare così vicino, poi (casa Shiro sorgeva nello stesso quartiere nel quale, di fianco ad un grande tempio shintoista, viveva la famiglia Monou), aveva permesso loro di crescere un po’ come fratelli: avevano solo un anno di differenza, ma le loro mamme avevano sempre ritenuto importante che i loro bambini stessero insieme a scuola; e così, nel soggiorno di casa di Fuma, sul comò che Saya aveva portato con sé quando si era sposata (cimelio di famiglia), troneggiavano foto di loro due con il grembiulino giallo, Fuma con la sua cartellina di Keroppi e Kamui, che gli teneva stretto un lembo della divisa, che piagnucolava perché era il suo primo giorno di scuola e non voleva lasciare la mamma, foto di Fuma sconvolto da un Kamui che gli si avvinghiava al braccio per la foto di rito del primo giorno di scuola media insieme; e poi, vari scatti di loro due bambini e ragazzini, alle prese con la sabbia del parco giochi, sullo scivolo, sull’altalena, al mare, con il maggiore che fissava ghignando il suo amichetto, tutto rosso per l’imbarazzo di avere la ciambella di plastica attorno alla vita, con le facce tutte sporche di cioccolato mentre, all’età di quattro e cinque anni, sorridevano con i loro gelati pericolosamente vicini ai vestiti.
A volte Fuma si domandava se esistessero foto di lui
da solo, in quella casa.
Però era… divertente. Si guardava indietro, e vedeva un sacco di bei ricordi.

~ * ~

Fuma varcò la soglia della casa di Kamui e subito, come al solito, giunse il grido – KA-MU-I!
Ecco, si disse, chissà che aveva combinato quella volta.
– Cos’è questo foglio?! – urlava la donna. Fuma sperò che non fosse il risultato del compito di matematica che il suo amico aveva giurato di aver occultato in modo geniale – Possibile che hai preso di nuovo un’insufficienza in matematica?! Ma che hai in quella testa?!
Sì, era il test di matematica.
Fuma entrò tranquillo e si affacciò alla tromba delle scale – Zia Tohru! Sono qui!
– Oh, Fu-chan! – rispose lei cambiando subito tono e scendendo da lui – Come stai, mio caro? È da un pezzo che non vieni a cena da noi, sentivo la tua mancanza!
Kamui la seguiva con aria disperata e Fuma gli accarezzò gentilmente il capo.
– Come va la scuola, Fu-chan?
– Tutto bene, zia.
– Sentito Kamui? – rispose lei lanciando un’occhiataccia al figlio – Questo sciagurato qui mi racconta che hai una ragazza.
– Chi? Io? Ma no! Kamui! – se suo padre avesse scoperto che aveva una ragazza, ad un anno dall’esame di stato e a pochi mesi dalle gare di kendo regionali, lo avrebbe ucciso.
– Ma ce l’avete tutti con me, stasera?! – gemette il ragazzo – Comunque… continui a sparire tutti i pomeriggi, è ovvio che abbia pensato così!
– No, è che sto facendo una… una ricerca.
– Su cosa, Fu-chan? – chiese interessata Tohru.
– Niente di importante, zia. È solo una vecchia storia che mi ha raccontato Kamui e che volevo… ehmmm… verificare.
– Quella del fantasma? – chiese il ragazzo.
– Quale fantasma? – s’interessò la madre – Parlate di quello della serra?
– Lo sai anche tu, zia Tohru?
– Ma certo! – rispose lei sorridendo – Era la leggenda preferita di noi ragazze! Una romantica storia d’amore finita male…
– Finita male per solo uno dei due, direi, zia.
– No, per entrambi: uno dei due fu ucciso nella serra, ma l’altro si suicidò poco dopo. O almeno, questo era quello che venne supposto.
– Come?! – gridò Fuma sobbalzando.
– Beh, che ti prende? – chiese Kamui – Lo sapevo persino io! Se solo me lo avessi chiesto…
– Si è ucciso?
– Sì, ma la sua famiglia era molto altolocata e riuscì a mettere a tacere la notizia. Ai miei tempi si diceva che il ragazzo venne sepolto nella tomba di famiglia e che, nelle notti di primavera, girasse attorno alla serra dov’era il suo amato, ma senza potervi mai entrare.
– E perché? – chiesero all’unisono Fuma e Kamui.
– Questo non lo so neppure io – rispose la donna, portando in tavola le vivande – Forse era solo una diceria, oppure una di quelle storie che amano raccontarsi i ragazzi durante le serate estive.
– Mamma mia, che storia angosciante! – commentò Kamui – Si può cambiare argomento?
Ma Fuma, nella sua testa, non riusciva più a pensare ad altro.

~ * ~

Subaru sistemava di buona lena gli ultimi attrezzi fuori posto: quel giorno toccava a lui riordinare la serra dopo la riunione del club; aveva spazzato per bene quel pavimento perennemente polveroso, riordinato le piante sui tavoli ed i ripiani, lavato le tazze ed il bollitore del tè, rimesso al loro posto gli attrezzi da lavoro, e stava giusto infilando nel cesto dei rifiuti le foglie ed i rametti che erano stati potati.
Seishiro sarebbe arrivato lì a momenti.
Era buffo muoversi con solo la camicia della divisa, mentre là fuori imperversavano il freddo e la grandine; la temperatura della serra, attraverso i vetri anodizzati e gli infissi isolanti, era meravigliosamente calda, un po’ umida a causa della traspirazione delle piante, e sembrava vi fosse sempre uno scorcio di primavera, anche perché i fiori sbocciavano senza tener conto del tempo fuori da quella grande casa di cristallo.
Doveva sbrigarsi, si disse: riempì il bollitore e stava per posarlo sul fornellino quando sentì la porta della serra aprirsi; si voltò con un sorriso, e già sulle labbra aveva il suo nome.
Seishiro?
Ma non era lui.

~ * ~

– Sakurazuka? Una parola.
Seishiro, con un piede già mezzo fuori dall’aula, alzò seccato gli occhi al cielo – Sì, professore?
Con un’aria stranamente imbarazzata, il suo docente di storia gli si avvicinò – Siamo agli inizi di febbraio, ormai è quasi ora degli esami di stato… Non senti troppo forte la tensione? Lo studio, il club… Quest’anno non parteciperai alle gare regionali, non è vero?
– No, non penso – rispose, preso in contropiede: che accidenti c’entravano quei discorsi, da lui? Avrebbe capito se a farglieli fosse stato il professore di educazione fisica… – Per quest’anno, lascerò perdere il kendo. Sto già impazzendo abbastanza dietro alle simulazioni e ai libri! Avrò tutto il tempo per recuperare dopo che avrò dato l’esame per l’università.
– Hai già deciso a quali istituti fare richiesta?
Che accidenti di domanda era? Avevano consegnato i moduli con i nomi delle università a cui desideravano tentare l’esame di ammissione l’anno prima, e lui non poteva non saperlo – Ho inviato la domanda sia all’università del Clamp, sia alla Todai, ma non voglio farmi troppe illusioni…
Sarebbe stato bello poter rimandare ancora, e aspettare Subaru: magari, se avessero avuto la possibilità di frequentarla insieme, si sarebbe lasciato convincere…
– Non penso che uno studente come te avrebbe problemi, Sakurazuka – aveva risposto il professore, sorridendo ancora in quel modo strano – Non farti prendere dai sentimenti negativi, a volte sono proprio quelli a portare al fallimento!
– Sì, ha ragione – aveva risposto, abbozzando anche lui un sorriso – Se permette ora dovrei…
– Sai che intenzioni ha Kigai? Frequenterete l’università insieme?
Iniziava seriamente ad indispettirsi – Sì, pensavamo così.
– L’Istituto Clamp è piuttosto vicino a casa vostra, ma la Todai si trova in tutt’altra parte della città… Avete pensato alla possibilità di prendere un appartamento in affitto? Sarebbe uno strapazzo minore per voi.
– No, non ci avevamo pensato.
– Vivere fuori casa, anche se come semplici studenti, è una grande lezione di vita – continuò il professore – Fossi in voi, non me la lascerei scappare.
– Pensavo comunque di prendere un appartamento per me – aveva risposto.
Aveva addosso una sensazione sgradevole: quel tizio continuava a parlare, a fargli domande e a offrire risposte assolutamente non richieste, ma non sembrava minimamente a suo agio; sembrava che anche lui fosse costretto in quella situazione, ed era semplicemente assurdo.
Non gli permise di andar via prima che fosse passata più di una mezz’ora, lui sempre con la cartella in una mano, e cappotto ed ombrello nell’altra, l’altro sempre in piedi con quel fare impacciato, come uno studente interrogato in una materia che non aveva studiato.
Continuava a pensare a Subaru, che lo stava aspettando in quella serra dai vetri appannati dall’umidità e dal contrasto con la temperatura esterna, e non capiva cosa diamine stesse rimanendo a fare, lì, incastrato in una situazione così idiota; e pensare che, quando era suonata la campana della fine delle lezioni, era stato così felice di poter uscire da lì! Nella sua classe i professori si erano offerti di tenere delle ore in più di lezione per gli studenti dell’ultimo anno, e quindi si erano quasi fatte le cinque. Aveva programmato di andare in giro per negozi, in quell’ora che lo separava dalla conclusione della riunione del club di Subaru: mancavano meno di due settimane a San Valentino, e lui era fermamente intenzionato a renderla una data memorabile, checché ne dicesse il suo ragazzo.
Troppo serio, Subaru, gliel’aveva sempre rimproverato, ma lo adorava anche per quello.
Ma il professore sembrava fermamente intenzionato a seccarlo per tutta la durata di quella preziosissima ora, pensò sospirando, e si rassegnò a rimandare quella visita alle vetrine.
Ancora venti minuti, si disse facendo scivolare lo sguardo sull’orologio appeso sopra la cattedra, e poi sarebbe andato da Subaru. Venne liberato da quello strazio esattamente diciassette minuti dopo, e non avrebbe saputo neppure lui di cosa accidenti avessero parlato per quasi un’ora.
Si avviò a passo svelto per il corridoio, quando la voce del professore di educazione fisica lo richiamò – Sakurazuka?
Represse un ringhio e si voltò, forzando un sorriso – Sì?
– Il maestro Kurenai ha chiesto se puoi passare a trovarlo nel
dojo.
Merda.
– Vado subito. Grazie.
Pensò che Subaru non se la sarebbe presa, anche se avesse fatto un po' più tardi.
Tardi, si sarebbe detto dopo.
Era davvero arrivato troppo tardi.

~ * ~

Non gli avevano permesso di vederlo, né di andare al funerale.
Glielo aveva detto Setsuka quel che era successo, e gli era sembrato che la terra si fosse messa a tremare, come in uno spettacolare terremoto da fine del mondo.
Subaru era morto.
Ucciso.
Ammazzato come un cane da un branco di bastardi,
i suoi compagni di classe, tra l’altro: gente con cui aveva vissuto ogni giorno, per ore, per tre anni, con cui aveva condiviso tante cose; gente al cui fianco aveva dormito in gita, assieme a cui aveva mangiato alla mensa, con cui si era passato suggerimenti e bigliettini durante i compiti in classe.
E gliel’avevano ammazzato.
Aveva voglia di vomitare, di buttare fuori ogni singola cosa che aveva condiviso con quelle bestie, e allo stesso tempo avrebbe voluto ammazzarli, uno per uno.
Uno in particolare, soprattutto, che le mani non se le era sporcate, ma da cui era sicuro che tutto fosse partito: suo padre. Quante volte, dopo che erano iniziate a girare voci sul conto suo e di Subaru, aveva urlato e minacciato che avrebbe fatto finire lui quella vergogna, se Seishiro non l’avesse smessa subito.
I suoi nervi erano crollati: urlava, aveva tentato di aggredire suo padre ed  era stato immobilizzato, gli avevano iniettato Dio solo sa cosa, e lui era crollato in terra, con sua madre e sua sorella in lacrime, attorno a lui, che gli parlavano.
Ma lui riusciva solo a pensare che se n’era stato seduto in un maledetto dojo a parlare di cazzate per ore, mentre Subaru cadeva a terra come lui adesso, ma senza rialzarsi più.

~ * ~

Era andato avanti così  per un mese: calmanti e reclusione, perché continuavano a ripetere che era solo una fase, che gli sarebbe passata, che si sarebbe calmato. Mandavano avanti sempre Setsuka, sua sorella, a parlargli, perché era l’unica della famiglia alla quale non si rivoltasse come una belva; forse perché non c’entrava nulla, forse perché era l’unica che piangesse davvero per quel che era successo.
Voleva… morire.
Non era il desiderio di compiere un gesto dettato dal dolore e dalla rabbia, era più una volontà spaventosamente lucida; ci aveva già provato una volta, dalla finestra della sua stanza, ma lo avevano agguantato in tempo ed ora i vetri erano sprangati, ogni oggetto tagliente sparito dalla sua camera.
Era rinchiuso e gli sembrava di impazzire di più ogni secondo che passava.
Setsuka era venuta un giorno, in lacrime, dicendo che avevano parlato con il preside e poteva sostenere l’esame di stato comunque, da privatista; non aveva saputo se ridere o mettersi ancora ad urlare, davanti ad una proposta del genere. Probabilmente rientrava nel mirabile piano educativo dei suoi genitori che pensavano fosse una sciocchezza fargli perdere un anno per un capriccio del genere.
Se avesse potuto strapparsi di dosso la carne che gli avevano dato, l’avrebbe fatto.

E c’era riuscito, alla fine.
Ma, come beffa suprema, non aveva comunque rivisto Subaru.

 

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