
BDT Seishiro/Subaru, 078. Dove?
La cerimonia finì, e Fuma lottò con la folla di studenti che si
avviava verso l’uscita per avvicinarsi al palco, ma la donna era già uscita;
corse allora verso il cortile, notando delle lussuose auto nere, che suppose
appartenere ai tre visitatori (visto che nessuno dei suoi docenti poteva
permettersene una e non era permesso, alle auto dei genitori degli studenti, di
entrare in quella parte dell’istituto).
Rimase a gironzolare lì attorno, nervosamente, ma nessuno era in vista.
– Fuma!
Kamui arrivò traferato – Dove accidenti eri finito?!
Monou lo guardò un istante: cavolo, l’aveva dimenticato! –
Senti Kamui – disse, afferrandogli un braccio – Adesso non posso assolutamente
venire a casa tua!
Il ragazzo lo guardò preoccupato – Ma come? Me l’avevi promesso!
– Vengo… vengo più tardi – rispose Fuma, gettando occhiate preoccupate
all’uscita dell’istituto, temendo di non vedere la signora Setsuka in mezzo a
quell’orda di studenti – Ti prego, Kamui, è importante.
Shiro abbassò lo sguardo – Ho capito, fai come ti pare.
– Kamui, davvero! – supplicò Fuma, trattenendolo – Adesso non ti posso spiegare…
– Me ne strafrego, di quel che devi spiegarmi! – ribatté Shiro, dandogli uno
strattone – Adesso vado a casa a studiare, non ho tempo da sprecare!
– Kamui!
Fece per corrergli dietro, ma il tempo per spiegarsi era troppo poco, specie
perché aveva appena intravisto il kimono fiorato di Setsuka Sakurazuka; si mandò
al diavolo, dicendosi che avrebbe raccontato tutto a Kamui e si sarebbe fatto
perdonare, ma adesso doveva…
doveva.
Si accostò impacciato alla donna, che stava salutando il preside – Signora?
Permette…? – non era capace a fare queste cose, si agitava e vergognava, quando
doveva parlare con degli estranei per chiedere qualcosa, specie cose così
complicate!
Setsuka si voltò verso di lui: aveva un viso molto bello,
con labbra rosse e occhi grandi, dalle ciglia folte – Dimmi pure, caro.
– Io… io vorrei parlarle. È importante.
La donna rise divertita – Non ricordo di averti mai visto; il tuo nome, almeno?
Non è una cosa da gentiluomo avvicinare una signora senza presentarsi.
– Ah – balbettò Fuma. Si inchinò impacciato – Mi chiamo Monou Fuma, signora.
– Ecco, già meglio – rispose lei, sorridendo.
– Vorrei… ecco, è una cosa delicata…
– Un bel ragazzo come te non deve arrossire così – lo rimproverò lei.
– Io… vorrei parlarle di suo fratello.
Ogni traccia di sorriso svanì dal volto della donna – Non so quali pettegolezzi
tu conosca, ma ti posso garantire…
– No, aspetti, non intendevo questo! – si giustificò Fuma, agitatissimo – Non mi
interessa di pettegolezzi, è un discorso più…
– Non credo di aver tempo, mi spiace – rispose lei, accostandosi alla portiera,
apertale con deferenza dall’autista.
– La prego, è una questione della massima importanza!
Non esiste: aveva fatto tutto quel casino, litigato con Kamui, fatto una figura
del cavolo e non risolvere niente? Sia mai! Tanto ormai la faccia l’aveva persa,
che gl’importava?
– La prego, signora, non riguarda me, ma Subaru!
Setsuka fermò con una mano la portiera che stava per esser
chiusa – Cosa ne sai tu, di Subaru-kun?
Fuma intravide la speranza e decise di afferrarla con tutte le sue forze – Io
l’ho… l’ho visto.
Lei sorrise, sarcastica – E dove, di grazia?
– Nella serra. È ancora lì.
La donna rimase per un istante ferma, con lo sguardo basso – Com’era?
Descrivimelo – alzò uno sguardo teso su di lui: cercava una conferma, ovvio.
– Aveva… una divisa simile a quella che hanno ora gli studenti, però di un
colore meno lucido – balbettò Fuma, ansiosamente; cosa sapeva di Subaru, che non
fosse possibile reperire da foto degli annuari dell’epoca? – La pelle
bianchissima, i capelli neri, con un taglio un po’ lungo intorno al viso, e gli
occhi verdi; e ha dei modi impacciati, gentili…
– D’accordo – sussurrò lei; scese lentamente dall’auto, indossando un paio di
occhiali da sole, ma Fuma poté scorgere un brillio umido nelle sue ciglia – Non
volevo essere così sgarbata – rispose, appoggiandosi alla portiera – Ma la mia
famiglia è stata tormentata per anni da gente che voleva infangare la memoria di
mio fratello…
– Lo… lo capisco – disse Fuma, imbarazzato.
– Saresti così gentile da portarmi alla serra?
– Certo – rispose lui, esultante.
– Fuma-kun – commentò lei, scuotendo elegantemente il capo – Un gentiluomo offre
il braccio alla signora, in questi casi.
– Oh – esclamò lui, imbarazzato – Ok.
Se Seishiro era stato come quella donna, capiva perfettamente che effetto
riuscisse a fare a Subaru, così timido ed impacciato!
~*~
La zona dove sorgeva la vecchia serra era deserta come sempre;
Fuma vi giunse quasi tremando, con la mano di Setsuka Sakurazuka posata sul suo
braccio, così delicatamente da sentirla appena.
La donna soffocò un singulto, nel vederla, e il ragazzo si rese conto, in quel
momento, che effetto dovesse farle.
– Non dirmi che è ancora là dentro, ti prego – sussurrò, la voce rotta, di
un’ottava più bassa.
– Ci sono entrato una volta, per sfida, perché non credevo che ci fosse davvero
un fantasma e… Sì.
Si voltò a guardarla, era poco più alta di Kamui, e si teneva una manica del
kimono su una guancia; solo il naso, arrossato per i singhiozzi silenziosi,
segnalava il suo turbamento. Era… affascinante, anche se avrebbe potuto essergli
madre. Gli faceva pensare a come Subaru parlava di Seishiro.
– Possiamo entrare? – chiese.
– Non so se Subaru vuole… – aveva paura che non volesse comparire a Setsuka, e
lei potesse credere che si fosse presa gioco di lui.
– Dicono – sussurrò la donna – Che mio fratello venga qui, il giorno della morte
di Subaru-kun; io ci credo, conoscendolo, ma quando ero ragazza non mi veniva
permesso di venire qui, e poi mi sono sposata e… Non se lo meritavano… – poi,
sfiorandosi la punta del naso con la manica del kimono – Perdonami se ti parlo
in modo così sfacciato.
– No, la capisco – rispose lui, e lo pensava davvero: non aveva conosciuto
Seishiro, ma Subaru non avrebbe mai meritato una fine del genere; beh, nessuno
se la meriterebbe, veramente.
– Cosa ti ha detto Subaru? – chiese lei, guardando i vetri incrinati e polverosi
della serra – Cosa vuole?
– Non vuole niente – rispose Fuma – Non sa nemmeno perché si trova lì. Ma io
credo… credo che voglia rivedere Seishiro. Ma non so cosa fare, per questo ho
insistito per parlarle.
– Contatterò un medium – disse lei, riprendendo il piglio deciso che aveva
mostrato prima – E chiederò cosa fare.
– Mi… mi può tenere informato? – chiese Fuma.
– Certo – per la prima volta le sorrise, stringendogli il braccio – Ora fai il
gentiluomo e riaccompagnami alla macchina. E lasciami il tuo numero di telefono,
non è bello che una signora impegnata dia il suo ad un giovanotto.
– Ah – rispose lui, colpito. Quella donna era uno spasso, mutava da un istante
all’altro – Ovvio.
~*~
– Ci pensi al futuro, Subaru?
Il ragazzo si era girato nell’abbraccio di Seishiro, che gli cingeva la vita,
guardando la camelia: era appena iniziato gennaio, ed i boccioli cominciavano a
farsi strada tra le foglie verdi, pronti per fiorire, di lì ad un mese – Che
intendi? Parli del diploma?
– No, dico… in generale.
– Non lo so – rispose Subaru, impacciato – Non so bene cosa fare, dopo la
scuola. Anzi, è un argomento che mi preoccupa.
– Perché?
Sospiro – Perché non la vedo come te, Seishiro; non credo che, per ottenere
qualcosa, basti crederci, così come non penso che potremo vederci ancora,
finito…
– Ancora con questo…
– Fammi parlare un attimo! – lo interruppe: se gli lasciava corda, era finita –
Tu avrai l’università, e ti troveranno una fidanzata adatta a te, e non importa
quel che penserai, non potrai dire di no, e non sarebbe bene neanche per te.
– Perché pensi di no?
– Perché… perché ci si deve sposare e fare una famiglia, Seishiro – Subaru
sospirò, era come parlare ad un bambino capriccioso.
– E se la famiglia volessi farla con te? – chiese lui, posando il mento contro
l’incavo del suo collo.
– Sia chiaro, io non ho intenzione di partorire! – rise Subaru, ignorando i
mugugni dell’altro ragazzo.
– Però…
– Che hai in mente, adesso? – rise ancora, voltandosi verso Sakurazuka.
Seishiro si era stretto nelle spalle,
tirandolo contro di sé – Pensavo che sarebbe bello se, ovunque ci mandasse la
vita, potessimo almeno essere sepolti insieme. Sarebbe bello sapere che, alla
fine di tutto, dopo gli obblighi, i doveri e tutto il resto, ci ritroveremo
insieme comunque.
Subaru aveva aperto la bocca per controbattere contro l’angoscia di quel
pensiero così macabro, ma le parole gli erano morte sulle labbra nel guardare
l’altro ragazzo: aveva lo sguardo perso sulla camelia, a seguire la venatura
delle foglie, forse, oppure a guardare al di là di quelle fronde. Si era
poggiato contro il suo petto e aveva chiuso gli occhi.
Se la vita
non avesse concesso loro altro… sarebbe stato bello, essere insieme così; ma era
un pensiero troppo triste, e non lo aveva detto.
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