
BDT Seishiro/Subaru, 012. Arancione, 013. Giallo, 14. Verde, 015. Blu, 016. Porpora, 017. Marrone, 018. Nero, 019. Bianco
Marrone
L’atrio del vecchio appartamento era simile allo
scenario di un film: tutti i mobili erano coperti da drappi grigi per la
polvere, così come il pavimento, e tutto rimase immerso in una penombra
malinconica anche quando Seishiro spalancò le finestre.
Subaru camminò con attenzione tra le sagome
coperte di stoffa finché non trovò, in quel mare di bianco polveroso, il baule. Era vecchissimo, e il marrone dell’esterno,
invecchiando, si era scurito ancor di più; le fibbie che lo chiudevano,
incrostate di polvere, sembravano diventante anch’esse dello stesso colore
bruno. Il ragazzo le sfiorò con la punta delle dita, sentendo la patina secca e
polverosa impiastricciarle immediatamente, rendendo meno sensibile la pelle.
–
È questo?
– chiese Sakurazuka.
– Sì.
Ci volle forza affinché le serrature, marroni
anche per la ruggine, notò Subaru, si decidessero a cedere e a scattare. Sollevò lentamente la ribalta del baule e tolse
il drappo che era stato posto al suo interno per proteggere ulteriormente dalla
polvere il contenuto: quello scivolò a terra con un leggero fruscio e i due
uomini rimasero a guardare l’esplosione di colori circondata e protetta per anni
dal marrone scuro del baule, come cioccolatini dagli incarti vivaci in una
scatola di legno.
~ * ~
Giallo
Subaru sentì gli occhi bruciare, per la polvere
della stanza e l’emozione. Seishiro indietreggiò di un passo, lasciandolo
solo davanti al baule; con mani tremanti, il ragazzo sfiorò la stoffa morbida di
un tessuto acceso, un giallo quasi sfacciato in quella stanza silenziosa e in
quella cassa dai colori scuri. Tirò delicatamente fuori il vestito e lo spiegò
davanti a sé: vi posò il viso contro e non sentì alcun profumo, eppure il
ricordo era così vivido da illuminare quella stanza.
Ricordava sua sorella seduta ad un tavolo di
ferro battuto bianco, le gambe accavallate e, indosso, un completo giallo: oltre
a quel vestito dalla lunga gonna a ruota, indossava delle scarpe dello stesso
colore, oltre ad un cappello color canarino dalle ampie falde che le
ombreggiavano il viso. Poggiava il mento su una mano e guardava assorta nel
vuoto, il capo un po’ inclinato, davanti a sé un succo di frutta.
Era stata la loro ultima vacanza insieme, a
Kamakura, in una casa di famiglia.
Senza Seishiro,
aveva richiesto Hokuto con una strana nota seria nella voce: forse lo sapeva che
il loro tempo stava per scadere, e voleva che fossero insieme loro due soltanto.
E così era stato.
~ * ~
Verde
Allontanò il vestito dal viso e lo posò
delicatamente su una poltrona là accanto, senza parlare; sentiva la presenza di
Sakurazuka alle spalle e fu lieto di notare come l’uomo rispettasse quel momento
assolutamente privato per lui. Davanti a lui c’era un abito dal colore più
scuro, elegante, di velluto verde cupo, morbido e liscio al tatto; non c’era
alcun profumo particolare neppure su di esso, a parte un leggero sentore di
polvere che gli fece pizzicare e arricciare un po’ il naso.
Era buffo: la prima volta che l’aveva visto
indosso a Hokuto era impregnato di Chanel n° 5,
Il profumo delle dive di
Hollywood! aveva esclamato lei, sorridendo con materna malizia davanti allo
sguardo di pura incomprensione del fratello.
Ricordava quel profumo aleggiare nella lussuosa
auto di famiglia diretta verso un ricevimento, e ricordava il profilo della
sorella seduto contro uno degli sportelli, le luci intermittenti dei lampioni
sotto i quali passavano che illuminavano a tratti la sua figura. Era incredibile
come ricordasse ancora quei particolari: la collana di perle bianche, i guanti
verde scuro come il vestito, la cintura e le scarpe… come gli occhi di sua
sorella che rilucevano quando un fascio di luce li colpiva.
~ * ~
Porpora
Quello che estrasse dopo gli diede un’emozione
così improvvisa da fargli emettere un singulto: era un minuscolo kimono da
bambina, di un color porpora così vivace da abbagliarlo; le lunghe maniche erano
decorate con gru e fiori bianchi, e l’obi scarlatto dai fili bianchi e dorati
che lo chiudeva in vita era stato ripiegato con cura lì accanto.
Sforzò la memoria quanto più poteva e rivide
quel kimono animarsi, assumere le forme di una bimba di sette anni, minuscola e
scatenata, che correva su e giù per le scale di un tempio assieme ad un gruppo
di bambini di cui era immediatamente stata eletta capobanda.
Ricordava le maniche del kimono ondeggiare
attorno a lei come lingue di fuoco, i cordoncini dell’obi saltare con lei ad
ogni balzo, i nastri che le annodavano i capelli agitarsi frenetici nel vento;
ricordava quel piccolo uragano e se stesso, imbambolato in un kimono scuro da
cerimonia, che la fissava incantato, preoccupato che la nonna sgridasse da un
momento all’altro quella sorella scatenata.
Sentì Sakurazuka accostarsi a lui, incuriosito
–
Shichi go san?
– Sì. Ricordo
che le dispiacque che non potessimo festeggiarlo insieme.
Sembrava una farfalla scarlatta quel giorno.
~ * ~
Arancione
Poi, sotto lo sguardo sorpreso suo e di Sakurazuka, apparve il vestito
arancione, quello assurdo che Hokuto si era cucita da sola, che ancora perdeva
brillantini, spargendoli nel baule e sugli altri abiti attorno a sé.
Gli parve quasi di vedere Hokuto, nell’arco della porta della sua camera di
primo mattino, avvolta in quel vestito da fata, tutto sbuffi e luccichii di
brillantini, buste e scatole delle forme più svariate appese alle braccia.
Ho-Hokuto-chan!,
aveva balbettato sconvolto.
Lei era corsa in cucina a posare il suo carico e poi era tornata da lui,
gettandosi sul letto e sommergendolo in un abbraccio fatto di pizzo e
brillantini arancioni, un profumo di agrumi in sottofondo che gli faceva pensare
davvero ad un’arancia gigante.
Era il suo compleanno, ricordò, il
loro compleanno, e Seishiro sarebbe
arrivato nel pomeriggio per festeggiare; Hokuto era arrivata in casa sua in
anticipo per decorarla e portare i dolci.
E
per quel momento che era solo loro.
Incurante del suo appariscente abito, sua sorella si era distesa con lui e
l’aveva preso tra le braccia, come sempre, come ogni anno, posando la fronte
contro la sua.
Buon compleanno, Subaru-chan.
Buon compleanno, Hokuto-chan.
Dio come gli mancava tutto questo.
~ * ~
Blu
Subaru posò il vestito sulla solita poltrona, guardando Seishiro ridacchiare nel
vederla diventare via via un ricettacolo di stoffe dai colori vivaci.
Con un sorriso, nella penombra della stanza, riconobbe l’abito blu della
sorella.
Era il compleanno della nonna e, per una volta, Hokuto aveva voluto vestirsi
“come si deve” per
non far prendere un colpo alla nonnina, rideva ancora
la sua voce nella sua testa.
Un abito di velluto blu scuro, un colore meravigliosamente cangiante alla luce,
le scarpe dello stesso colore, adornate da un fiocco di pizzo blu, identico a
quello della cintura; una collana e dei guanti in tinta, e Hokuto che si girava
su se stessa per farsi ammirare in modo comico, come una bambola finta che si
muovesse a batteria, le braccia tese ai lati e gli occhi fissi. Poi era
scoppiata a ridere, commentando che non avrebbe più voluto mettere niente di
così
antico per tutto il resto della sua vita.
Non l’aveva più fatto davvero, così come non aveva mai indossato il vestito da
sposa che andava descrivendo nella sua foga, un abito pazzesco che contrastava
con quello blu, sobrio ed elegante, che aveva addosso in quel momento.
Non c’era stato il tempo.
~ * ~
Nero
Subaru procedette nella sua esplorazione e là sotto, quasi ad irridere
l’allegria del colore e del ricordo di quel kimono da bambolina, scelto per il
giorno in cui sua sorella ricevette la sua benedizione al tempio, trovò un
abitino nero.
Era più piccolo di quello di quello precedente, segno che sua sorella doveva
esser stata ancora più piccola; si sforzò quanto più poteva di ricordare, ma
nulla tornò alla sua mente, solo dei brevissimi flash.
Hokuto con il suo abitino nero, le maniche e il colletto di pizzo bianco, le
scarpe di vernice nera, lucide per gli spruzzi d’acqua.
Il suo vestito, anch’esso nero, una fastidiosa cravatta che, essendo la prima
della sua vita, gli dava l’impressione di essere un cane tenuto stretto al
guinzaglio.
Il kimono della nonna, nero con lo stemma di famiglia ricamato sul lato destro
del petto.
Ricordava la pioggia, e lui e Hokuto tenuti per mano da lei, uno da un lato e
una dall’altra.
Ricordava che la stretta della nonna era forte e faceva male, che l’acqua
scrosciava così forte da fargli arrivare delle goccioline sulle
gambe scoperte.
Gli occhi gli si riempirono di lacrime.
– Subaru-kun?
Era il funerale dei loro genitori.
~ * ~
Bianco
E
giù, in fondo, c’era lo yukata da notte.
Subaru lo guardò senza osare toccarlo, ricordando quante volte era stato stretto
contro quell’abito e, improvvisamente, gli sembrò orribile che quello yukata
fosse vuoto, che dentro non ci fosse il corpo di Hokuto a riempirlo, scaldarlo e
renderlo confortevole come le braccia di una madre.
Non osava toccarlo perché sapeva che nessun calore era sopravvissuto al tempo e
che persino l’odore di Hokuto, quel miscuglio di assurdi profumi che aveva la
sera (le creme per il corpo, il bagnoschiuma, lo shampoo, tutto aveva l’odore della
frutta), non sarebbe stato lì a farlo sentire a casa.
Guardava quello yukata e gli parve impossibile che un tempo si fosse mosso al
ritmo di sua sorella, che ne avesse tracciate le forme.
– Subaru-kun?
Dobbiamo andare.
Il ragazzo si voltò verso Sakurazuka e poi, di nuovo, verso l’abito: con un
gesto rapido, per impedirsi ripensamenti, se lo premette contro il viso.
E
una lacrima scivolò giù dagli occhi, bagnando la stoffa.
Era lì.
Il profumo di Hokuto era ancora lì, sopravvissuto agli anni in quel baule
dimenticato.
– Subaru-kun?
–
Sì, andiamo.
E
le due ombre sparirono nel silenzio di quella casa, confondendosi con
l’oscurità.
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Note:
No, non vi libererete
presto di me e delle mie drabbles, me ne dolgo XD
Questa fanfiction, così come quella per i cinque sensi, è nata esattamente
così, come semplici immagini, come i flash che ha Subaru dei ricordi di sua
sorella. Spero sia riuscita a trasmettervi qualcosa, sia i bei momenti, sia
quelli brutti che i gemelli Sumeragi hanno vissuto, compressi e fugaci, evocati
da qualche vestito colorato.
Quanto al finale... Mi sembrava bello immaginare Seishiro e Subaru come due
ombre, due spiriti che si recano, per l'ultima volta, come per un capriccio, in
quello che era il vecchio appartamento di Hokuto; anche perché, altrimenti, non
avrei saputo come conciliare la presenza di Sakurazuka a dei ricordi di Subaru
legati alla sorella senza cadere nell'angst e ritrovandomi ad approfondire una
storia che non volevo complicare. Forse ho sbagliato, ma mi piaceva l'idea di
una vicenda mossa solo dai ricordi legati agli abiti di una ragazzina defunta,
che, per il breve spazio di duecento parole, riesce a rivivere.
Spero di esserci riuscita ^^;
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