
BDT Seishiro/Subaru, 096. Scelta libera
Le porte della metropolitana si aprirono per
lasciar scappare fuori centinaia di persone, studenti delle medie, delle
elementari, del liceo, dell’università, impiegati di tutte le età,
professionisti di ogni genere.
Dopo un'estenuante lotta per scendere in tempo
alla sua fermata, Asako Kori riuscì a tirare un sospiro di sollievo. Salendo le
scale mobili per uscire dalla metropolitana, meditò sull’idea di acquistare il
giornale, dal momento che mancava ancora un po’ al suo orario di lavoro.
Era un giorno particolare quello, il suo dodicesimo
anniversario di matrimonio: aveva ricevuto il permesso di uscire un paio d’ore
prima, e già mentalmente ripassava la lista della spesa che aveva nella tasca
del tailleur blu, un po’ tirato su i fianchi per via degli anni che avevano un
po’ ispessito la sua vita, sottilissima quando si era sposata, ma ancora
invidiabile, per una donna di mezz’età come lei.
Aveva in programma un menù particolare per la sera,
e ne studiava mentalmente i dettagli delle ricette.
Una piccola ma fornitissima edicola, così carica di
riviste di arredamento, cucina, moda, giardinaggio e quant’altro, ed anche
manga, giornaletti per i bambini e giornali pornografici, che si domandava se
l’edicolante non temesse che, prima o poi, gli sarebbe crollata addosso, era a
metà tra la l’uscita della metropolitana ed il suo ufficio. Non era la prima
volta che si fermava ad acquistare lì qualcosa per rilassarsi durante la pausa
pranzo, e così facevano altre colleghe che occupavano la sua stessa stanza.
Scelse un quotidiano
ed una rivista per casalinghe, piena di
ricette, consigli per la casa e dell’immancabile angolo delle lettrici, che lei
e le sue amiche divoravano durante le pause, ridendo o commovendosi delle storie
raccontate.
Ben poche letture di svago offriva invece il
quotidiano, ma ormai era divenuta una regola così inculcata nella sua testa,
quella di leggerlo, che le sembrava di tradire qualcosa o qualcuno, se non
l’avesse fatto.
~ * ~
Il coperchio del
bento di plastica verde era
ordinatamente poggiato sotto il suo contenitore, mentre Asako sfogliava la
rivista. Non c’era alcuna ricetta interessante, perciò passò
al giornale.
La prima pagina riportava le solite notizie di
cronaca, politica, economia… ma nella terza pagina, c’era un riquadro che
circondava un articolo piuttosto strano.
Si trattava di una lettera.
Una
lettera? pensò. E da quando, un
quotidiano come quello, pubblicava lettere?
L’occhio le cadde subito sulla firma, ma non solo
non le diceva nulla, non riportava neppure il nome dell’autore.
Mancava ancora un po’, e quindi si mise a leggerla,
acchiappando un polipetto dal suo bento e portandoselo alla bocca.
Oggi è un anno.
Fa uno strano effetto vedere
il Rainbow Bridge di nuovo in piedi, acciaio lucente che si riflette sull’acqua,
il viavai assordante delle automobili che fa tremare l’asfalto.
È passato un anno, e qui
tutto è tornato come prima, come se, con lo scenario di nuovo integro, non fosse
accaduto nulla.
Non so perché sono tornato
qui.
Dicono che nel luogo in cui
è morta una persona cara il tempo si ferma per l’eternità, e che vi si sosti nel
tentativo di poter udire, in quella stessa aria, su quello stesso suolo, un’eco
di ciò che deve aver provato mentre lasciava la vita.
Ma io non riesco a sentire
niente.
Non so se perché è il nulla
ciò che tu hai sentito in quegli ultimi istanti come in tutta la tua vita, o se
il dolore ha reso sordo ed insensibile il mio cuore avvinto dall’incantesimo del
Sakura o se si tratta solo dell’ennesima diceria di qualche romantico. So solo
che mi sarebbe piaciuto riuscire a trovare qui il senso che ha mosso tutta la
tua vita, che ti ha spinto a quell’ultimo gesto incomprensibile.
Io ero troppo gentile? Forse
eri tu troppo crudele.
Dicono che sia estremamente
romantico dare la vita per qualcun altro, sacrificarsi in nome suo; chiunque
l’abbia detto, non ha mai provato nulla di simile. Non è la gratitudine a
restare in chi sopravvive… è la colpa. Come se l’esistenza che si continuerà a
portare avanti da quel momento in poi fosse rubata, corrotta. Ingiusta.
Pensavi di rendermi la vita
che mi avevi tolto anni fa?
Pensavi che la tua fosse
un’espiazione?
Pensavi che fosse davvero
meglio morire tu, piuttosto che uccidere me?
Pensavi che fosse il
momento, il giorno, il luogo adatto per concludere l’assurda vicenda che non ho
mai capito né conosciuto e che tu hai portato avanti tutta la vita?
O forse eri solo stanco di
vivere in un mondo verso il quale non avevi mai provato attaccamento? Forse
allora le mie braccia ti sono sembrate un luogo confortevole per dargli l’addio…
O forse valevano come qualunque altro posto, solo appena più morbido, appena più
caldo.
O forse, da immenso
egocentrico qual eri, desideravi solo lasciare questa vita accompagnato dalle
lacrime di qualcuno: sarebbe stato proprio da te, insopportabile egoista.
A volte mi sembra ancora di
sentirlo il peso del tuo corpo tra le braccia, ma è una sensazione che dura un
solo istante per poi perdersi in una realtà nella quale quel momento è passato,
finito, e non tornerà più, perché non ci sei più tu da abbracciare.
Buffo, vero? L’unico
abbraccio della nostra vita aveva l’odore del sangue, il peso della morte.
Eppure… rimpiango quel giorno, rimpiango quella stretta che era solo mia,
rimpiango il tuo capo sulla mia spalla, rimpiango quel momento in cui, per un
attimo, così breve che non ho potuto neppure comprenderlo, ti ho sentito mio.
Rimpiango il giorno in cui
ho creduto davvero che la mia vita sarebbe almeno
finita come
desideravo; probabilmente non saresti stato così gentile da tenermi tra le
braccia fino alla fine, o forse sì, investito del tuo ruolo da eterno primo
attore che, in quel momento, ti imponeva di essere magnanimo. Ma a me sarebbe
bastato. Davvero.
Guardo un ponte che è
identico a quel giorno ma che non riconosco, come non riconosco il mondo in cui
mi muovo, nel quale cammino come se, da un momento all’altro, tu dovessi
tornare, come se tu ci fossi ancora ma fossi io a non riuscire a trovarti.
Dicono che una persona cara
vive per sempre nel cuore di chi l’ha amata, ma non è vero: non è vita quella,
perché i ricordi non hanno suoni o sapori, ma solo il loro eco lontano. Non ci
sono più mani da stringere, odori da sentire, voci da ascoltare. È quello che mi
fa più male: l’unico luogo nel quale vivi ancora è un mondo dove non posso più
toccarti.
Non c’è niente in questo
posto per me, e me ne rendo conto ora: forse speravo di ritrovare tutto com’era
quel giorno, persino l’odore del sangue e le macerie, e resto interdetto da una
realtà così diversa dal panorama fissato nella mia mente. Vorrei quasi credere
che quella sia stata la tua ultima, grande illusione.
Non so neanche perché mi
sono seduto qui a scrivere questo cumulo di idiozie, sul retro della fotocopia
di una cartina, come se servisse a qualcosa, come se esistesse qualcuno in grado
di leggerle, come se esistesse qualcuno che potesse curare la mia ferita. Forse
è solo l’ultimo battito di quel che resta del mio cuore che pulsa oggi, nel
giorno del tuo anniversario, come una stella prima di spegnersi.
È la prima ed unica lettera
d’amore della mia vita: dopo oggi, so che dimenticherò persino come ci si senta
ad amare qualcosa. Perciò questa lettera senza senso la dedico a noi.
Ad un egoista sorridente e
ad uno sciocco troppo serio.
Forse finirà in un posto
migliore di quello nel quale siamo noi.
O forse anche questa è una
delle tante sciocchezze che gli altri dicono… Ormai, è come se io non avessi più
nulla da dire. C’era una sola cosa, una unica in tutta la mia vita, ma è rimasta
intrappolata qui, tra il cuore e la testa, e perciò non ho mai osato ammetterla
con me stesso, né tanto meno con te. Ed ora che forse avrei le parole, non serve
più a nessuno.
Avrei voluto dirti che eri
elegante, che mi piacevano la tua voce e le tue mani, che a volte il fumo delle
tue sigarette mi aveva dato fastidio, che l’odore della tua acqua di colonia mi
faceva pizzicare il naso ma era buono, che avrei voluto sapere come fosse
baciarti, che il modo in cui i capelli ti ricadevano sul viso mi piaceva, che la
tua gentilezza era fredda come il ferro ma che, a lungo andare, mi ci ero
adattato, riuscendo a scaldarla un po’, almeno ai miei occhi; e mi sarebbe
piaciuto dirti che era bello il modo in cui tenevi una sigaretta o una penna,
che era bello il modo in cui chiudevi gli occhi quando sorridevi, che mi piaceva
sentirti ridere, tanto che mi costringevo a dimenticare l’ennesima frecciata che
mi avevi lanciato, che mi piaceva sentire il tuo respiro sulla mano quando ti
accendevo una sigaretta, che mi piaceva… che mi piacevi tu. Che, nonostante ogni
ragione, ti amavo anche.
E mi dispiace non avertelo
mai detto.
Sicuramente non avrebbe
cambiato nulla, anzi. Ma forse, sentirti sussurrare “ti amo” mentre posavi il
capo contro la mia spalla e mi lasciavi, ti sarebbe piaciuto; forse ti avrebbe
fatto sentire importante, forse avrebbe lusingato il tuo ego per l’ultima volta,
forse ti avrebbe fatto sorridere per la mia stupidità… o forse ti avrebbe reso
felice, perché ci avresti creduto. Magari in quei brevi secondi tra la coscienza
della vita e il silenzio della morte. Ma ti avrei reso felice.
Scusami se non l’ho fatto.
E scusami se non lo dirò
ora, neppure al vento che soffia sul ponte dal quale sto andando via.
Perché qualcosa mi dice che
tu lo hai sempre saputo meglio di me.
S.
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Note:
Avevo iniziato questa fan fic più di tre
anni fa: era uno di quei progetti che accantono e conservo in una cartella
specifica di Yue, col solito intento di non buttare mai niente anche se non mi
occorre.
Stavo giusto risistemando la cartella "Work in progress", spostando alcune cose
completate e sistemandone altre, quando ho riaperto il file di questa ff mezzo
dimenticata e, senza neppure rendermene conto, l'ho finita.
La follia è una brutta bestia, eh? XD
Avevo incontrato "Le parole che non ti ho detto" di Nicholas Sparks, libro che
ho trovato di una noia ed un'illegibilità agghiacciante, tranne per le lettere,
che mi sembravano l'unica cosa davvero sentita, e non trita e ritrita; poi era
arrivata l'idea di una lettera di Subaru per Seishiro, post X 16, ma ogni
possibile modalità di stesura mi sembrava folle. E poi, un giorno, ho
semplicemente deciso di accantonare questa colossale cavolata e non pensarci
più.
Fino ad oggi.
Phantasma ©
Michiru, dal 7 gennaio 2007.
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